/ Magazine / Altri articoli / Più occupati, meno potere d’acquisto, il mercato del lavoro alla prova dei salari (e non solo)
di
MARZIO NAVA
Numeri positivi, ma molte ombre. Il mercato del lavoro italiano continua a registrare livelli di occupazione record e un tasso di disoccupazione in calo. Tuttavia, dietro la fotografia rassicurante delle statistiche si muove una realtà più complessa, segnata da salari bassi, lavoro povero e da un sistema produttivo che fatica a trasformare la quantità dell’occupazione in qualità. Resta quindi aperta la domanda di fondo: la crescita attuale è strutturale o soltanto il frutto di una fase congiunturale favorevole? Il quadro si fa ancora più incerto se si allarga lo sguardo al contesto europeo. Il rallentamento economico, le tensioni geopolitiche, il ritorno dei dazi e l’instabilità dei mercati internazionali stanno già producendo effetti sul lavoro, colpendo in modo diseguale settori e territori. Un impatto che in Italia rischia di essere amplificato da un tessuto imprenditoriale frammentato e da una storica debolezza della produttività. Al centro del dibattito torna così la questione salariale, a lungo rimossa e oggi non più rinviabile Il potere d’acquisto delle famiglie si riduce, mentre il costo della vita cresce. Come intervenire senza creare svantaggi competitivi per le imprese? Salario minimo o contrattazione collettiva? Adeguamento delle retribuzioni al costo della vita o negoziazione tra le parti sociali? Interrogativi che dividono sindacati, politica e studiosi. Persistono inoltre fratture profonde: insiders e outsiders, giovani e donne penalizzati, un mismatch tra domanda e offerta di lavoro e un sistema di formazione che fatica a stare al passo con la transizione digitale e verde. Sullo sfondo, il calo demografico e l’avanzata dell’intelligenza artificiale pongono interrogativi destinati a ridisegnare il lavoro del futuro. Su questi temi si confrontano due giuslavoristi che non hanno bisogno di presentazioni, Giuliano Cazzola e Marco Bentivogli, chiamati a leggere criticamente le trasformazioni in atto e le sfide che attendono il mercato del lavoro italiano ed europeo

Giuliano Cazzola
Giuslavorista. Laureato in giurisprudenza con Federico Mancini, per quasi un trentennio, fino ai primi anni novanta, ha ricoperto incarichi di rilievo nella Cgil. Nominato, su proposta di Gino Giugni, dirigente generale del Ministero del Lavoro ha svolto ruoli di vertice al Ministero del Lavoro e quale presidente dei collegi dei sindaci di di Inpdap e Inps. Eletto deputato nella XVI Legislatura è stato vice presidente della Commissione Lavoro e relatore di importanti provvedimenti legislativi. Ha insegnato diritto del Lavoro all'Università di Bologna e di Uni eCampus. Saggista, commentatore, collabora con varie testate e ha scritto una ventina di libri.
Marco Bentivogli
Esperto di innovazione, lavoro e industria e AI, è il Coordinatore Nazionale di Base Italia. Segretario Generale dei Metalmeccanici Cisl dal 2014 al 2020, è considerato il "padre" del diritto soggettivo alla formazione. Nel corso del 2016 collabora alla costruzione del piano industria 4.0. Dal 2018 è membro della Commissione Esperti del Mise per una strategia nazionale Italiana sull'Intelligenza Artificiale. Componente del Comitato Scientifico di numerosi enti e associazioni come Step, FuturAbility district, Imparadigitale con AI, Osservatorio sull’intelligenza Artificiale Generativa di Università Guglielmo Marconi, ASSIA, Associazione Studi Strategici sull’Intelligenza Artificiale, componente del Advisory board del Green Acceleration di Mahire Techinomont. Collabora con La Repubblica, il Foglio, Fortune. Ha pubblicato numerose monografie con Rizzoli, Castelvecchi, Egea, Rubbettino, San Paolo.
G. Cazzola Anche gli ultimi in classifica possono migliorare le loro performance, ma senza scalare la gerarchia. L’Italia ha compiuto dei risultati importanti ma resta sempre negli ultimi posti in Europa, soprattutto per quanto riguarda il lavoro delle donne e dei giovani. Le forze politiche e sindacali però giocano a rimpiattino con questi dati. La maggioranza vede l’albero e non la foresta; le opposizioni negano persino l’esistenza dell’albero. Una crescita dell’occupazione c’è; e in controtendenza con una crescita economica modesta. Alla sua base vi sono aspetti strutturali non sempre positivi. In certi settori dove l’occupazione cresce di più, come nei servizi privati, il processo avviene a scapito di una maggiore produttività. Le imprese hanno interesse ad assumere personale retribuendolo sulla base di contratti ‘’poveri’’, piuttosto che fare investimenti. Non a caso – insieme al declino delle retribuzioni - è calata anche la produttività del lavoro. Gli aspetti strutturali riguardano le dinamiche demografiche che concorrono a determinare una crisi del mercato del lavoro per la prima volta dal lato dell’offerta.

M. Bentivogli Il mercato del lavoro italiano oggi è in una fase migliore di qualche anno fa ma ancora densa di dati contraddittori e diseguaglianze: più occupati, meno disoccupazione. Ma non basta scambiare i numeri per “salute”. Il punto è la qualità: troppe ore a bassa produttività, troppi contratti fragili, troppa crescita concentrata in servizi poveri di valore. In Europa vediamo lo stesso fenomeno, ma con differenze: dove la produttività cresce (Germania, Nord Europa) regge meglio anche la dinamica salariale; dove ristagna, l’occupazione aumenta ma non trascina il benessere. In Italia c’è una componente congiunturale (ripartenza post-crisi, incentivi, turismo), ma c’è anche una tendenza strutturale: l’economia si sta “spostando” verso lavori a minor contenuto, solidità contrattuale e salariale. Se non invertiamo con investimenti, innovazione e formazione, rischiamo un record occupazionale con stagnazione sociale. Il nostro mercato del lavoro è sempre più una clessidra in cui è sparita l’ampolla di mezzo e in cui la forza di gravità è l’assenza di ascensore sociale. Viene da chiedersi perché istruzione e lavoro siano sempre meno motori in grado di ribaltare quella forza di gravita.
Bentivogli Sì, gli effetti si vedono già: non sempre in licenziamenti immediati, ma in minori assunzioni, più prudenza sugli investimenti, più cassa integrazione e meno ordini. I settori più esposti sono quelli integrati nelle catene del valore europee e globali: automotive e componentistica, meccanica, moda, chimica di base, logistica internazionale. Le tensioni geopolitiche alzano i costi dell’energia e dell’incertezza; i dazi e la frammentazione commerciale spingono a rilocalizzare, ma questo richiede tempo e capitale. Il rischio non è solo perdere posti, è perdere capacità industriale: quando si spezza una filiera, non perdi solo lavoro, perdi competenze, fornitori, “saper fare”. E ricostruirlo è molto più difficile che difenderlo.
Cazzola Abbiamo avuto un lungo periodo di sofferenza della produzione industriale legato alla crisi della Germania, allo sconvolgimento delle forniture energetiche, agli errori nel settore dell’automotive, allo tsunami dei dazi ma eravamo riusciti a rivedere la luce anche grazie alla tenuta delle esportazioni senza particolari cadute negative sul mercato del lavoro. Ma lo scenario internazionale apre sempre nuovi fronti. Ci sarà una guerra commerciale con gli Usa per la crisi della Groenlandia? Il trattato del Mercosur è stata una svolta significativa, ma a me preoccupano le reazioni del mondo agricolo, che considero pretestuose e ingiustificate. Non possiamo permetterci di mantenere col protezionismo e l’assistenza un’agricoltura che è un settore minoritario della popolazione e una quota ridotta del Pil, pretendendo di competere con economie che hanno nell’agricoltura le maggiori possibilità di scambiare le loro produzioni con le nostre magari più sofisticate e di maggiore valore aggiunto.

Cazzola L’ultima trovata di Maurizio Landini (segretario Cgil) riguarda il passaggio a un sistema di contrattazione con verifica annuale delle retribuzioni, allo scopo di recuperare tempestivamente l'inflazione. È un passo in avanti. Fino ad oggi il leader della Cgil affidava questo obiettivo al governo e al bilancio pubblico. Una verifica annuale delle retribuzioni a livello della contrattazione nazionale di categoria finirebbe per diventare l’impegno esclusivo dell’iniziativa sindacale senza che – in casi di inflazione sotto controllo – vi sia un tornaconto effettivo. Poi, rimanendo nella sfera della contrattazione nazionale, i miglioramenti retributivi sarebbero fortemente condizionati dal peso delle aziende piccole e medie. Spetta alla contrattazione di prossimità realizzare quegli scambi tra imprese e i lavoratori che siano nell’interesse reciproco. È fin troppo evidente che il mondo delle imprese preferirebbe retribuire meglio i propri dipendenti magari in cambio di una maggiore produttività o del raggiungimento di risultati negoziati (peraltro con una tassazione ormai simbolica) piuttosto essere coinvolto in una logica di categoria, che – parafrasando una storica battuta della commedia all’ italiana - non è neppure una parente.
Un negoziato annuo centralizzato non lascerebbe uno spazio adeguato, sia operativo che economico, alla contrattazione decentrata; l’adeguamento all’inflazione stabilizza il salario reale ma non ne determina quell’incremento che tutti reclamano a gran voce, lamentando il mancato recupero provocato dal picco inflativo a cavallo del 2022 e 2023 a scapito di contratti negoziati anni prima in un diverso contesto di bassa inflazione. Occorrono delle risposte più flessibili e articolate; non si può puntare tutto su di un singolo aspetto del problema. A livello delle categorie più avvedute (anche i metalmeccanici in occasione del rinnovo del 2016 ebbero un momento di lucidità) venne previsto un meccanismo di recupero in consuntivo nel caso di scostamento rispetto al percorso dell’inflazione. Il residuo di tale procedura ha consentito oggi alle federazioni di categoria di resistere per 17 mesi senza il rinnovo dell’ultimo contratto. Queste problematiche devono ritrovare una sede di confronto perché hanno la necessità di soluzioni negoziate. Sappiamo che le parti sociali si incontrano da mesi, in un contesto di incomprensibile riservatezza, dovuta probabilmente all’interesse che alcuni soggetti dedicano ad altre questioni (come la Cgil a Gaza, agli scioperi generali e al referendum sulla giustizia).
Sono all’ordine del giorno questioni di esclusiva competenza delle parti sociali attraverso la contrattazione nazionale e decentrata: quanto meno la revisione dei meccanismi del rapporto tra retribuzione e costo della vita e le procedure per i rinnovi contrattuali alla loro scadenza, rivisitando modalità già negoziate ma venute meno a seguito del logoramento delle relazioni industriali. Nel fondamentale accordo del 1993 era stata individuata un ruolo specifico della contrattazione collettiva ai vari livelli. Al contratto nazionale di categoria era affidata la difesa della retribuzione dall’inflazione; una procedura che si svolgeva in due tempi: il rinnovo contrattuale della durata di 4 anni con inclusa una verifica di medio termine rispetto agli scostamenti dell’inflazione (il meccanismo non era automatico). Questa procedura si è perduta per strada perché i sindacati – a fronte di modeste variazioni del costo della vita - preferivano ottenere il più possibile in sede di rinnovo.
Bentivogli In Italia la questione salariale esiste eccome: il potere d’acquisto ha sofferto e, per molti, non si è più ripreso. Ma la soluzione non è una guerra tra lavoratori e imprese: la strada è legare salari, produttività e qualità del lavoro. Dove si innova, si organizza meglio, si investe in tecnologia e competenze, i salari possono crescere senza erodere competitività. Serve una strategia doppia: da un lato rinnovi contrattuali credibili che proteggano i salari reali dall’inflazione; dall’altro una spinta vera su contrattazione aziendale e territoriale, welfare e premi di risultato. E poi ridurre il cuneo fiscale sul lavoro, spostando il peso su rendite e inefficienze, non sul costo del lavoro produttivo. I salari crescono stabilmente solo se cresce il valore aggiunto per ora lavorata.
Bentivogli In Italia il perno deve restare la contrattazione collettiva, perché dà regole, diritti, tutele e coesione in un mercato frammentato. Il salario minimo legale non deve diventare il “tetto” che schiaccia verso il basso interi settori ma lo standard minimo, il pavimento sotto cui il Paese ritiene che sia indecente pagare un’ora di lavoro. La vera priorità è far funzionare bene ciò che già abbiamo: rappresentanza chiara con una legge, ridu zione del numero dei contratti, rafforzamento della contrattazione territoriale e aziendale. Il salario minimo è un’emergenza, serve a battere il lavoro povero che cresce nel terziario.
Cazzola Propendo per rafforzare la contrattazione anche perché il salario minimo non è la risposta adeguata per incrementare il livello delle retribuzioni dal momento che la differenza con gli altri paesi non sta nei salari più bassi, ma in quelli medio alti (in Italia solo il 9% dei redditi nei settori privati è superiore a 40 mila euro lordi l’anno). Il salario minimo potrebbe avere un ruolo di copertura e di aumento della massa retributiva, ma drenerebbe risorse che meglio sarebbero destinate a sgranare verso l’alto il livello
delle retribuzioni. C’è però un problema: che fine ha fatto la legge di delega per la giusta retribuzione (l’alternativa del governo al salario minimo legale) già approvata e in attesa dei decreti legislativi? Per le opposizioni di sinistra e la Cgil si tratta di un pacchetto di norme spurie e ripudiate, tanto che continuano ad agitare il tema del salario minimo come unica soluzione possibile.
Al governo questo atteggiamento fa comodo perché non sa dove mettere le mani, in un programma con obiettivi estremamente ambiziosi, irrisolti (e forse neppure risolvibili) da decenni, tra i quali l’individuazione dei contratti da applicare erga omnes, la garanzia di trattamenti retributivi complessivi equi, il contrasto del lavoro sottopagato e del dumping contrattuale, l’eventuale intervento sostitutivo del governo nel caso di more eccessive nei rinnovi contrattuali. Su questi temi le parti sociali - anche in modo strumentale - dovrebbero sfidare il governo fino ad ora desaparicido a rispettare gli impegni assunti, magari proponendo loro intese preliminari su punti specifici. Sarebbe questo il mestiere del sindacato. Tutto il resto è propaganda e risentimento.
Cazzola Chi è stato scottato dall’acqua bollente ha paura anche di quella fredda. Abbiamo impiegato più di dieci anni per superare la scala mobile. Ci volle una sorta di guerra civile incruenta (anche se costò la vita ad Ezio Tarantelli). Un’operazione resa necessaria perché quell’istituto era uno stabilizzatore di un’inflazione a due cifre e talvolta a due decine. Anche sul piano delle retribuzioni la scala mobile minava l’autorità salariale delle parti sociali in quanto questa voce retributiva automatica rappresentava l’80% dell’intero salario nominale, assorbendo la gran parte delle disponibilità economiche. Poi è bene vedere i problemi nella loro effettività. Le retribuzioni hanno subito uno shock in seguito ad un’esplosione anomala del costo della vita a causa di eventi eccezionali che hanno colto la contrattazione collettiva in mezzo al guado di rinnovi contrattuali negoziati in precedenza. Ma la trentennale stagnazione rispetto ad altri paesi di cui ci lamentiamo non è dovuta all’inflazione ma agli indici di produttività.
Bentivogli È ancora un tabù, e lo è per una ragione semplice: in Italia abbiamo un Paese “a due velocità” e parlare di costo della vita significa ammettere che la stessa paga vale diversamente a Milano o a Reggio Calabria. Ma non nominare il problema non lo risolve. È spinosa perché tocca tre nervi scoperti: territori diseguali, produttività diversa, e un welfare che non compensa abbastanza. La soluzione non è frammentare i diritti, ma rendere più intelligenti gli strumenti: detassare i premi legati a risultati, rafforzare welfare territoriale (trasporti, casa, servizi), incentivare contrattazione dove il costo della vita morde davvero. E soprattutto: salari più alti non nascono dal “coraggio” retorico, ma da politiche industriali e da imprese che competono su qualità, non sul lavoro a basso costo. Un aspetto non va dimenticato, nei territori a bassa produttività, la qualità dello Stato e dei suoi servizi (Sanità, scuola, trasporti, burocrazia) è bassissima. Nelle città ad altissimo costo della vita serve la contrattazione territoriale.
Bentivogli Gli insiders oggi sono quelli che stanno dentro le isole protette: imprese solide, contratti stabili, competenze ricercate, reti professionali. Gli outsiders sono giovani e non solo intrappolati tra stage e tempo determinato, donne che pagano il prezzo della cura, lavoratori nei servizi a basso valore, partite IVA “povere” prive di qualsiasi diritto, subfornitura e appalti dove si scarica rischio e si comprime salario. Ma c’è un nuovo confine: insider è chi sa imparare e cambiare e lavora in organizzazioni che investono; outsider è chi resta in mansioni ripetitive e in imprese che non formano. Non è più solo una frattura “contrattuale”, è una frattura di opportunità. E il modo per ridurla non è proteggere qualcuno in più con una legge: è allargare crescita, competenze e diritti esigibili lungo le filiere.
Cazzola È una classificazione che risponde alle tipologie contrattuali applicate. Come è noto cresce l’occupazione a tempo indeterminato rispetto a quella a termine e le dimissioni sono più numerose dei licenziamenti. Poi c’è il problema dei contratti pirata che costituiscono un alibi per i sindacati. Il fenomeno esiste è deprecabile ma sopravvalutato. Il 97% dei lavoratori dipendenti è coperto da contratti sottoscritti da Cgil, Cisl e Uil. E il 3% residuo non è tutto occupato da sindacati-pirata, ma anche da sindacati presenti nel Cnel o dotati di una soglia di rappresentatività (si pensi ai sindacati delle tradizionali autonomie e al sindacalismo radicale di base o alle associazioni datoriali come l’Abi e il movimento cooperativo).
Cazzola Nella Cgil è in corso una mutazione genetica verso un tertium genus che non è del tutto un partito ma non è più soltanto un sindacato. La Cgil di Maurizio Landini – come è stato scritto - ‘’si muove nello stesso campo dei partiti politici. Li sfida, si allea, li sostiene’’. In sostanza con la leadership di Landini la Cgil è integrata nell’opposizione a cui offre una capacità di mobilitazione, con risorse economiche e di quadri sperimentati a tempo pieno, di cui i partiti non dispongono più da lungo tempo. Non è sempre facile interpretare il pensiero e gli obiettivi del segretario generale della Cgil: ma le sue iniziative - a partire dalla ‘’coalizione sociale’’ fino ad arrivare alla ‘’rivolta sociale’’ passando per la ‘’via maestra’’ e per la
ritualità degli scioperi generali - sono indirizzate a fare della Cgil il soggetto protagonista del fronte dell’opposizione e il fondatore di una sinistra più radicale che sparga ai quattro venti le ceneri del riformismo (questo era lo scopo vero dei referendum falliti nei mesi scorsi). A pensarci bene una confederazione che si dedica alla politique d’abord somiglia ad un soggetto transgender che pretende di gareggiare con atlete femmine.
Bentivogli La divisione non è una novità, ma oggi pesa di più perché il lavoro è più fragile e la società è più disintermediata. Un sindacato diviso rischia due cose: perdere forza negoziale e trasformare il conflitto in identità, non in risultati. Detto questo, pluralismo non significa irresponsabilità: è normale avere sensibilità diverse, ma su grandi partite – salari, innovazione, produttività, sicurezza, formazione, transizioni industriali – serve un terreno comune. Il sindacato non può polarizzarsi pro/contro i governi o alla mera gestione del passato. Nessuna rendita è eterna. Deve tornare ad essere motore di innovazione sociale, capace di stare nei luoghi di lavoro, capire tecnologie e organizzazione, contrattare non solo soldi ma anche competenze, tempi, autonomia, qualità. L’unità non è un rito: è un metodo per contare, soprattutto quando i lavoratori sono dispersi. Specie in epoca di la crisi della rappresentanza. Guardiamo i dati sul- la sindacalizzazione italiana pubblicati dall’Ocse, il primo tema è la riforma della rappresentanza. Io partirei dall’applicazione dell’art.39 della Costituzione.
Bentivogli È tutte e tre le cose, ma spesso il tema è raccontato in modo comodo: “mancano le competenze”, come se bastasse colpevolizzare chi cerca lavoro. Certo, alcune competenze tecniche scarseggiano. Ma il mismatch è anche salari insufficienti, soprattutto in settori che chiedono flessibilità e responsabilità e offrono retribuzioni non competitive. E soprattutto è organizzazione d’impresa: imprese che cercano la persona “già pronta”, senza formare; che non investono in processi e tecnologie; che usano l’urgenza come modello. Il mercato del lavoro non è un supermercato: se vuoi competenze, devi costruirle. Servono politiche attive vere, orientamento, ITS, licei Steam e apprendistato di qualità, e imprese che smettano di competere sul risparmio di lavoro e inizino a competere sul valore.
Cazzola È un aspetto grave e sottovalutato. E incide sul processo di crescita. Le aziende non investono in macchinari sofisticati se non trovano personale adeguato a gestirlo. I problemi elencati ci sono tutti all’ennesima potenza. Ma soprattutto è una questione di carattere demografico. Spesso i lavoratori non si trovano perché non sono nati in misura sufficiente a sostituire chi esce dal mercato del lavoro.
Cazzola Sono temi che ci portano a sbattere contro la principale inadeguatezza delle politiche del lavoro: l’inefficienza delle politiche attive.
Bentivogli Non ancora. Abbiamo molte iniziative, ma spesso sono frammentate, burocratiche, poco misurabili. La formazione continua funziona quando è legata ai processi reali: nuovi macchinari, nuovi software, nuova organizzazione, nuovi prodotti. Troppo spesso invece è “a catalogo”, lontana dai bisogni e senza valutazione degli esiti. Nella transizione digitale e verde serve un salto: micro-credential, academies di filiera, accordi territoriali, diritto soggettivo alla formazione contrattato, e soprattutto tempo per formarsi. La riqualificazione deve diventareparte del lavoro, non un hobby serale. E bisogna formare anche manager e capi intermedi: senza di loro, la tecnologia resta un acquisto e non diventa produttività.

Bentivogli Il calo demografico sta già cambiando tutto: meno giovani, più competizione per attrarre talenti, più pressione su welfare e pensioni, più bisogno di produttività. Un’economia con meno lavoratori può stare in piedi solo se ogni ora lavorata vale di più: quindi innovazione, tecnologia, organizzazione e competenze. Significa anche aumentare partecipazione di donne e giovani, ridurre inattività, rendere conciliabili tempi di vita e lavoro, investire in servizi. E serve una politica migratoria intelligente, non emergenziale: senza persone, molte filiere non reggono. Il conoscepunto è semplice: la demografia non è un destino, ma è una scadenza. O alziamo produttività e qualità del lavoro, o avremo meno lavoratori e anche meno ricchezza da distribuire.
Cazzola Val la pena di notare la tipizzazione del calo demografico. Nel 2040 – un traguardo vicino – la popolazione residente è in diminuzione del 4,8% rispetto al 2021. Se andiamo oltre i dati sono clamorosi. Il ‘’buco’’ è situato proprio in quelle coorti che sono centrali nel mercato del lavoro. Più in generale, non è rassicurante osservare che nel 2050 i giovanissimi (da 0 a 14 anni) saranno sorpassati addirittura dagli ultra ottantenni. Già nel 2040 i residenti che – secondo le regole vigenti e quelle che hanno in mente tanti presunti riformatori - saranno in area di pensionamento o di pensioni (dai 65 anni in su) ammonteranno a più di 18 milioni, a cui vanno aggiunti i 6 milioni degli under 14 anni. Non male per una popolazione complessiva di 56 milioni. E dal 2014 i flussi di lavoratori stranieri (il saldo è positivo) non è più in grado di compensare il saldo negativo degli italiani.
Cazzola Non sono un futurologo. Nel 1925 un grande regista tedesco Fritz Lang diresse un film dal titolo ‘’Metropolis’’ dove veniva immaginata la società di oggi (un secolo dopo). Il mondo era rappresentato come la vittima di un gigantismo industriale basato sulla meccanica e su di un ossessivo super taylorismo che umiliava la dignità umana. Le cose sono andate diversamente. Quando ero ragazzo una macchina calcolatrice, la Divisumma (calcolatrice Olivetti), costava come un’utilitaria. Oggi basta un’applicazione sul
cellulare. Le funzioni di uno smartphone svolgono i compiti che prima richiedevano un ufficio attrezzato, una segretaria, un centralino telefonico, una macchina fotografica e da presa, una lettera 22, una stampante, un fax e quant’altro: tutte cose a loro tempo innovative e moderne. Pensi a come si fanno oggi i giornali. Ai miei tempi c’erano professionalità cruciali per l’uscita dei quotidiani: il linotipista e il proto/impaginatore. Oggi è il giornalista che disegna la pagina e i giornali si rifugiano nel web. Quando si ragiona del futuro si finisce per essere prigionieri del presente e di ragionare con ciò che sappiamo oggi. Lang conosceva la meccanica. Sinceramente io credo che con la AI non finirà il lavoro, ma che le nuove tecnologie ci consentiranno di fare fronte alla crisi della demografia che è un processo irreversibile e che non dipende da questioni economiche perché le nascite diminuiscono laddove e quando aumenta il benessere.
Bentivogli L’AI non porta automaticamente alla fine del lavoro, ma porta certamente alla fine di molti lavori così come li conosciamo. Automatizzerà compiti, ridisegnerà professioni, cambierà la frontiera tra umano e macchina. Il rischio vero non è solo la sostituzione: è lo svuotamento del lavoro, quando la competenza diventa supervisione passiva, la responsabilità si diluisce e il riconoscimento scompare. Ma l’opportunità è enorme: liberare tempo da attività ripetitive, aumentare qualità, sicurezza, personalizzazione, ridurre errori, valorizzare creatività e relazione. La differenza la fa l’adozione: AI come taglio dei costi produce lavori peggiori; AI come aumento di capacità produce lavori migliori e salari più alti. Non è tecnologia contro lavoro: è organizzazione, diritti e investimento contro declino. La domanda non è “finirà il lavoro?”, ma che lavoro vogliamo salvare e far crescere. Alcuni partono dall’Ai con l’ ”Ai First”e finiscono per usarla male e come strumento. Altri capiscono che le professioni saranno una combinazione di quello che sa fare l’Ai ma “people first” con persone a cui si deve liberare spazio per essere più umani: capaci di capire, pensare, sorprendersi, di più. •
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