/ Magazine / Altri articoli / Transizione 5.0 e strategie di presenza in fiera: opportunità, incentivi e limiti
Nella sezione Incentivi alle imprese e Pillole di Marketing che elaboriamo in collaborazione con Studio Alberto Taddei e ContactValue troverete periodicamente un aggiornamento delle principali opportunità a supporto di imprese e professionisti del settore. In particolare saranno approfondite le misure nazionali ed europee. Inoltre sarà l'occasione per introdurre alcune pillole di marketing. Si potranno trovare spiegazioni pratiche, requisiti di accesso e scadenze da conoscere. Non mancheranno esempi concreti e suggerimenti operativi per orientarsi tra le diverse agevolazioni disponibili. Uno strumento utile per cogliere opportunità e pianificare investimenti in modo consapevole
di Alberto Taddei (studio@albertotaddei.it)
Dopo settimane di attesa, è arrivata finalmente una notizia auspicata da molte imprese: dal 30 gennaio 2026 il GSE (Gestore Servizi Energetici) ha riaperto il portale Transizione 5.0, consentendo la ripresa dell’iter procedurale per le domande presentate tra il 6 e il 27 novembre 2025, che erano state giudicate tecnicamente ammissibili, ma rimaste sospese in attesa di indicazioni operative.
Ricordiamo che la scadenza per la presentazione delle domande di prenotazione del credito, originariamente fissata al 31 dicembre 2025, era stata inaspettatamente anticipata con l’emanazione, la notte del 6 novembre 2025, di un decreto direttoriale da parte del MIMIT a cui aveva poi fatto seguito il Decreto-Legge n. 175 del 21 novembre 2025 a porre definitivamente la parola stop alla misura. Dunque, tutte le pratiche TR5 presentate tra il 6 e il 27 novembre 2025, regolarmente validate dal GSE sotto il profilo della conformità tecnica ai requisiti previsti dall’art. 38 del DL 19/2024, ma che fino ad oggi rimanevano “congelate” sul piano procedurale, finalmente si sbloccano.

A partire dalle ore 12:00 del 30 gennaio 2026, le imprese interessate possono nuovamente accedere alla piattaforma GSE per trasmettere le comunicazioni successive previste dall’iter: - la comunicazione di conferma (20%); - la comunicazione di completamento del progetto di innovazione. È un passaggio fondamentale che sblocca l’avanzamento delle istanze, anche se è bene chiarirlo subito: la riattivazione della procedura non equivale, allo stato attuale, al riconoscimento finale del credito d’imposta. In sostanza, il completamento dell’iter resta un passaggio obbligatorio, una condizione necessaria ma non ancora sufficiente per il riconoscimento finale e l’utilizzo effettivo del credito tecnicamente maturato. Con tutta probabilità il MIMIT alla fine del mese di febbraio vorrà tirare una riga e verificare l’effettiva disponibilità del credito residuo prima di prendere qualsiasi decisione sulla sua ripartizione e/o rifinanziamento.
Il riferimento normativo resta l’art. 12, comma 6, del DM 24 luglio 2024, che fissava - e continua a farlo - al 28 febbraio 2026 il termine perentorio per la trasmissione della comunicazione di completamento. Dunque, tale data non ha perso di validità e, anzi, rimane il caposaldo temporale al quale non sono state concesse deroghe. Le pratiche di conferma e conclusione degli investimenti dovranno includere tutti i dettagli identificativi del progetto di innovazione, come stabilito dal Decreto Ministeriale del 24 luglio 2024. Ancorché in situazione di parziale incertezza, le aziende dovranno dunque esperire le necessarie attività tecniche e contabili di legge, facendo certificare l’interconnessione da un tecnico abilitato e le spese ammissibili da un revisore contabile iscritto nella sez. A del registro dei revisori legali. Per le imprese coinvolte è quindi un momento topico, per verificare lo stato delle proprie pratiche, aggiornare la documentazione e pianificare con precisione gli adempimenti, in attesa dei prossimi passaggi che tutti ci si augura possano portare alla piena operatività della misura e, quindi, al riconoscimento finale del credito d’imposta maturato.
di Mariateresa Rubino (mitti@contactvalue.net)
In questa e nelle prossime comunicazioni vogliamo raccontare la fiera per quello che dovrebbe essere davvero: non un evento isolato che dura pochi giorni, ma un percorso strutturato, che inizia molto prima dell’apertura dei cancelli e continua ben oltre lo smontaggio dello stand. Un percorso che si sviluppa attraverso fasi diverse, tutte con uguale peso e rilevanza:
Decisione > Preparazione > Attivazione > Presenza > Valorizzazione > Misurazione.
Ma facciamo un passo indietro, perché tutto parte da una domanda fondamentale: ha davvero senso fare questa fiera?
Oggi, più che in passato, questa domanda non può avere una risposta automatica né basarsi su logiche come “si fa perché bisogna esserci” o “si fa perché ci sono i concorrenti”. La riduzione dei budget, la pressione sulla marginalità e la crescente richiesta di misurare il ROI di ogni attività di marketing e comunicazione hanno messo in discussione il valore “dato per scontato” delle fiere. Partecipare non è più un rituale: è una scelta strategica.
Partiamo da qui, perché è spesso il punto più difficile da affrontare. Ci sono situazioni in cui non fare la fiera è la scelta più intelligente. Succede quando manca un messaggio chiaro o una proposta di valore distintiva, quando il budget non consente di emergere in modo coerente con il posizionamento del brand, quando non esiste un piano di attivazione prima e dopo l’evento o quando l’azienda non è pronta a trasformare i contatti in opportunità concrete. In tutti questi casi, la fiera non è un investimento: è un costo. Questo non significa che rinunciare sia un segnale di debolezza. Al contrario, non fare una fiera può essere una scelta lucida e strategica. Rinunciare non vuol dire “sparire”, ma riallocare risorse su attività spesso più efficaci e misurabili: eventi proprietari, customer experience dedicate, campagne digitali mirate, contenuti di valore. Scelte che, se ben progettate, possono generare risultati più coerenti con gli obiettivi di business.
Inoltre, una pausa di riflessione e il tempo necessario per ripensare messaggi, obiettivi e modalità di partecipazione possono rivelarsi funzionali a un maggiore successo in un’edizione successiva della stessa fiera.
Se la fiera resta sul tavolo come opzione, allora la decisione va presa con metodo. Decidere se investire in una fiera significa valutare fattori che vanno ben oltre la visibilità o la tradizione. Il primo, imprescindibile, è la chiarezza degli obiettivi. Voglio generare lead qualificati? Rafforzare relazioni esistenti? Lanciare una novità? Posizionarmi come player di riferimento? Incontrare partner? O semplicemente “esserci”? Senza obiettivi chiari non è possibile definire strumenti, messaggi e investimenti. In assenza di questa chiarezza, la fiera rischia di trasformarsi in una semplice voce di costo — e nel contesto attuale non è un’opzione sostenibile. Un altro elemento cruciale è il target. Questa specifica fiera è davvero frequentata dalle figure professionali che vogliamo raggiungere? Oggi alcune fiere settoriali restano punti di incontro imprescindibili; altre si sono trasformate soprattutto in momenti di networking informale, più che in veri spazi decisionali. Se però l’obiettivo è la lead generation, vale davvero la pena investire in questo tipo di evento?
Fare una fiera non significa solo affittare uno spazio e allestire uno stand, ma investire tempo, risorse e competenze prima, durante e dopo l’evento. Senza una struttura pronta ad attivare contenuti, follow-up, comunicazione e misurazione, il rischio è quello di concentrare tutto in pochi giorni, disperdendo gran parte del valore generato e ottenendo un ROI molto basso.
Per molte aziende la fiera è ancora vissuta come una spesa inevitabile: si fa perché “si è sempre fatto così”, perché il settore lo richiede, perché i competitor ci saranno. Ma questi sono motivi troppo deboli. In questi casi la fiera esprime il massimo potenziale. La fiera diventa valore nel momento in cui cambia l’ottica con cui viene concepita: quando smette di essere un evento fine a sé stesso e viene progettata come una leva strategica, inserita in un percorso chiaro, misurabile e orientato a obiettivi concreti. Non è lo stand a fare la differenza, né la metratura o il design più o meno spettacolare. Il valore nasce da ciò che l’azienda decide di fare prima, durante e soprattutto dopo la fiera. Una fiera genera valore quando poggia su una forte integrazione tra marketing e vendite, quando è allineata alla strategia commerciale, quando parla a un target preciso e quando attiva relazioni e contenuti capaci di vivere nel tempo. In assenza di tutto questo, anche la fiera più prestigiosa rischia di trasformarsi in un esercizio costoso di presenza. Nel prossimo articolo entreremo nella fase della Preparazione, perché una fiera che funziona non si costruisce allo stand, ma mesi prima — con metodo, strategia e scelte consapevoli. •
A cura di
CONTACTVALUE srl
Via Bernardo Rucellai 10 - 20126 Milano (MI)
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