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Pulitintolavanderia, girotondo con le associazioni di categoria per scattare una fotografia della realtà

Inauguriamo l’anno facendo un giro d’orizzonte interloquendo e confrontandoci con la rappresentanza associativa delle lavanderie artigianali o per meglio dire tintolavanderie. Il proposito è quello di scattare un’istantanea che ci permetta di toccare con mano la salute del settore. Associazioni che rappresentano potenzialmente circa 15 mila lavanderie, numero barcollante in quanto legato a difficoltà congiunturali, strutturali e di prospettiva familiare. Parliamo di imprese spesso piccole che hanno bisogno come l’aria che si respira di capacità imprenditoriale, visione e una grande dose di innovazione. La collocazione territoriale è spesso una variabile essenziale per capire se l’attività possa essere di successo. Il comune denominatore, la costante, l’elemento essenziale come chiave del successo non può che essere la professionalità del servizio e la qualità come valore aggiunto. Le lavanderie stanno subendo una metamorfosi, da molti anni si sta verificando una selezione e sono sempre più numerose le attività che cambiano pelle, natura e ragion d’essere. In questa intervista ad ampio raggio affrontiamo i nodi, le problematiche ma anche virtù e le potenzialità. Lasciamo spazio alle domande e al confronto con i responsabili di Assosecco – Franco Pirocchi, di CNA – Maurizia D’Agostino e di Confartigianato – Carla Lunardon

Negli ultimi cinque anni si è verificato un calo di oltre il 20% delle attività di Pulitintolavanderia a cosa è imputabile?

Franco Pirocchi (ASSOSECCO) – Il settore soffre di un problema di ricambio generazionale, perché, quando la titolare giunge al termine del suo percorso lavorativo, è estremamente difficile individuare un famigliare che si faccia carico di proseguire l’attività e ancora più complicato trovare un acquirente che rilevi l’esercizio, per cui, alla fine, non le resta che chiudere i battenti o lavorare fino allo sfinimento.

Maurizia D’Agostino (CNA)
 – Le cause sono diverse e le distinguerei sostanzialmente in cinque punti:
a) Primo fra tutti la riduzione dei margini di guadagno per via dell’aumento dei costi materie prime (polietilene ferro) e costi energetici dal dopo Covid.
b) Con il Covid si è assistito ad un cambiamento sociale che con l’introduzione dello smartworking ha modificato le abitudini delle persone. Stando più tempo all’interno della propria abitazione è aumentato anche l’utilizzo delle lavatrici domestiche;
c) Riduzione del potere di acquisto dovuto anche all’aumento dell’inflazione. Le persone usano più volte lo stesso capo al fine di contenere i costi del lavaggio in lavanderia. Si nota più spesso che i capi portati in lavanderia sono più sporchi (cartina di tornasole il colletto della camicia);
d) Crisi del comparto moda. L’importazione di capi di abbigliamento a basso costo e a bassa qualità costringe il consumatore a non rivolgersi più alla lavanderia per la loro manutenzione. Si preferisce assumere il rischio anche di un lavaggio domestico non idoneo. (Visto che si parla tanto di sostenibilità non è accettabile che non si prendano provvedimenti a livello comunitario per contrastare il fenomeno dell’usa e getta dell’abbigliamento)
e) Infine, mancanza di ricambio generazionale. Le aziende di pulitintolavanderia a causa dei bassi margini di profitto e dell’elevata richiesta di impegno lavorativo non sono più appetibili.

Carla Lunardon (CONFARTIGIANATO)
 – Vent’anni fa il nostro Paese aveva una presenza di imprese di lavanderia più che doppio rispetto alla media europea. Una parcellizzazione che non poteva reggere allo stravolgimento del mercato che è verificato dal 2000 ad oggi. L’introduzione della legge di settore ha inoltre reso meno semplice l’entrata nel mercato di figure improvvisate e/o non professionalizzate. Il combinato disposto di questi elementi ha portato ad una riduzione “naturale” del numero di imprese che, soprattutto nell’ultimo periodo post Covid, è stato accompagnato anche da un leggera crescita della dimensione aziendale media. Aziende più professionali, più strutturate, con servizi completi e innovativi, imprese più sostenibili e attente alle variegate e nuove esigenze della clientela. È verso questo modello che le imprese di lavanderia tradizionale devono puntare se vogliono conquistare un mercato sempre più esigente

Ora però la glaciazione demografica unitamene ad uno scarso appeal verso i giovani di questo mestiere, stanno incidendo in modo sostanziale sul tessuto imprenditoriale. Perdiamo ogni anno un pezzetto importante di competenze, tradizione e storia. Un fenomeno che va combattuto o almeno rallentato in particolar modo ora che, grazie agli obiettivi europei di sostenibilità per il comparto moda, il nostro settore si trova a svolgere un servizio centrale per l’ambiente. Noi consumiamo meno acqua, meno detersivi, meno energia di un equivalente lavaggio in casa. E soprattutto la nostra professionalità unita alle nostre attrezzature e prodotti professionali allungano la vita dei capi. L’obiettivo che dobbiamo porci è promuovere verso le nuove leve un settore che non solo è immerso nel futuro, ma offre opportunità di un lavoro interessante e certamente utile.

L’aumento dei costi energetici e dei materiali di consumo sta minando oggettivamente la reddittività delle attività, cosa fare? Quali potrebbero essere le contromisure?

Maurizia D’Agostino – Le contromisure potrebbero variare a seconda del contesto. Per un’azienda di piccole dimensioni una possibile contromisura potrebbe essere quella di razionalizzare i lavaggi privilegiando il pieno carico (ma chi non lo fa?). Esternalizzare parte del processo produttivo magari quello più costoso potrebbe essere una valida soluzione anche in considerazione della difficoltà nel reperire personale. Un’azienda più strutturata e con diverse sedi potrebbe fare la scelta di accentrare tutto il processo produttivo in un unico luogo così da massimizzare i cicli produttivi e allo stesso tempo lavorare conto terzi. Ma anche creare gruppi d’acquisto tra lavanderie in modo da avere più potere contrattuale nelle forniture, potrebbe essere una misura da non trascurare.

Carla Lunardon – Tre anni di guerra in Ucraina hanno duramente messo alla prova le nostre imprese che sono utilizzatrici di gas ed energia. Le cose sono migliorate rispetto al 2022 ma i costi sono comunque rimasti elevati rispetto al pre Covid. L’elevata inflazione ha poi aumentato moltissimo i costi dei nostri materiali di consumo dalle grucce al nylon, dai detersivi alle manutenzioni dei macchinari. Costi che ovviamente abbiamo difficoltà a trasferire sulla clientela. Dobbiamo da un lato elevare la percezione del nostro servizio al fine di adeguarne i costi, dall’altro puntare sulla efficienza energetica grazie a macchinari di ultima generazione e, ovviamente, puntare su fotovoltaico dove è possibile. Vale la pena infine valutare di partecipare alle varie comunità energetiche che stanno partendo un po’ in tutta la penisola dato che il nostro servizio è energivoro di giorno in modo complementare alle abitazioni civili e, spesso, siamo ubicati in comuni piccoli dove le CER hanno agevolazioni maggiori.

Franco Pirocchi – Il settore soffre di una grave saturazione di mercato, cioè, ci sono troppe lavanderie, rispetto alla reale capacità di assorbimento dei vari bacini d’utenza. La piccola lavanderia, gestita dalla sola titolare, deve affrontare una contrazione dei passaggi, causata da vari fattori, quali la trasformazione della moda, sempre più orientata ad outfit informali, il cambio generazionale della clientela, meno interessata al servizio di lavanderia rispetto alla generazione precedente, la crisi economica, la concorrenza delle lavanderie dei Centri Commerciali e dei laboratori più strutturati ecc. In questo contesto ottimizzare le lavorazioni, come il semplice riempimento dell’impianto di lavaggio a secco, diventa difficile, per cui, crescono i costi di esercizio, ma si riduce la massa dei capi da trattare. Per contro, un aumento proporzionale dei prezzi di listino, provocherebbe un effetto deterrente presso la clientela, riducendo ulteriormente gli incassi. La soluzione potrebbe essere quella di rivolgersi a laboratori strutturati, in grado cioè di trattare grandi numeri e quindi di efficientare le fasi di lavoro e contenere i costi di produzione, tutelandosi con un contratto di appalto ben definito e dettagliato, riservandosi solo alcune lavorazioni particolari a basso costo e ad alto valore qualitativo da svolgersi all’interno del proprio negozio senza impiego di energia, quale ad esempio la piegatura o piccoli interventi sartoriali.

Una delle criticità del settore è rappresentata dal reclutamento della forza lavoro, da cosa dipende questo problema? Per quale motivo questo mestiere è poco attrattivo per i giovani?
È un problema che si può risolvere attraverso la formazione e l’aggiornamento professionale o ci vuole altro?

Carla Lunardon – Come già accennavo dobbiamo lavorare sull’immagine che i giovani hanno della nostra categoria. Da una nostra recente indagine emerge che ci considerano dei “tecnici” che effettuano precisamente il servizio richiesto dal cliente. Ci riconoscono anche un certo valore sociale. Purtroppo emergono anche una serie di elementi pregiudiziali (in termini di redditività, formazione, prestigio, aggiornamento) che rendono relativamente poco attraente la professione rispetto a quanto non sia nella realtà. Tutto questo ci deve far riflettere sul percorso di studi necessario ad approcciare questi mestieri. Quando è il momento di scegliere la scuola professionale abilitante si è nella età in cui molti non considerano appetibile il settore. Forse merita valutare percorsi alternativi da fare più avanti quando la scelta potrebbe essere più consapevole.

Franco Pirocchi – Il problema va affrontato distinguendo la ricerca di personale subordinato da impiegarsi all’interno dei laboratori strutturati o grandi negozi di lavanderia, dall’individuazione di nuovi soggetti disposti ad avviare in proprio l’esercizio di questa attività. La premessa è che stiamo parlando di un’attività artigianale, dove, quindi, di un lavoro che richiede un impegno fisico importante ed una certa manualità, aspetti che non rappresentano propriamente un incentivo ad approcciare questo tipo di lavoro, un problema che, peraltro, coinvolge molti alti settori sia del commercio, che dell’industria o dei servizi. Per coloro che, invece, vogliono intraprendere l’attività di lavanderia, occorre tener presente che l’investimento da affrontare è impegnativo, mentre il risultato economico finale non è esaltante. Analizzando, infatti, un conto economico di una lavanderia standard che incassa € 60.000 all’anno in regime di contabilità forfettaria, una volta dedotti tutti i costi e le imposte, al netto di eventuali imprevisti, ciò che rimane è meno di quanto percepisce una dipendente full-time del medesimo settore, senza tuttavia beneficare delle relative tutele contrattuali, quali ad esempio ferie, malattie, permessi, maternità pagati, nessun T.F.R., zero rischio d’impresa e grattacapi ecc. Non solo, ma una titolare di un simile esercizio dovrà sapersi destreggiare tra il proprio lavoro specifico, la gestione dei clienti e l’assolvimento di quegli adempimenti burocratici ed amministrativi, che gravano con pressione crescente. Per avviare, invece, una catena di negozi/recapiti, siano essi autonomi o di corollario ad un laboratorio centralizzato, l’investimento di partenza è decisamente elevato, parliamo, infatti, di svariate centinaia di migliaia di euro, importi che, impiegati in altri settori con un progetto ben studiato, potrebbe risultare molto più proficuo e meno rischioso.

Maurizia D’Agostino – Il problema del reclutamento di manodopera riguarda tutti i settori altrimenti non si spiegherebbe la necessità di richiamare manodopera straniera nel nostro Paese. La verità è che l’attività lavorativa del settore è prettamente di tipo fisico con la conseguenza che un giovane preferisce lavori meno faticosi. La formazione e l’aggiornamento professionale sono fondamentali per garantire una qualità del servizio ma non sono in grado di ridurre lo stress fisico lavorativo.

 

I 6,2 miliardi (di taglio fiscale) messi a disposizione dal governo per Transizione 5.0, in parte anche per il 2025, pensate siano un buon incentivo alla crescita e all’innovazione delle vostre aziende (anche in virtù dell’esperienza di industria 4.0)?

Franco Pirocchi – La colonna portante della nostra associazione (Assosecco) è costituita prevalentemente da piccole realtà come quella descritta in precedenza e, d’altra parte, non potrebbe essere altrimenti dato che il 70% delle lavanderie italiane corrispondono a quel profilo. Discutere quindi di 4.0, di intelligenza artificiale, di transizione 5.0 in un settore che ha un’informatizzazione estremamente limitata ed un’età media non proprio giovanissima, rischia di essere un esercizio puramente teorico. Per contro quelle attività residuali, più strutturate che utilizzano questi strumenti di agevolazione finanziaria, a nostro parere, operano delle forzature, perché è davvero difficile sostenere la sostituzione di un impianto da stiro e di lavaggio a secco e/o ad acqua, facendolo rientrare in protocolli studiati e pensati per altri contesti molto diversi dal nostro. Il rischio è che, come già accaduto, il progetto di adeguamento non regga al vaglio delle autorità preposte all’esame delle procedure adottate per il rilascio di questi finanziamenti, con pesantissime ricadute in termini sanzionatori.

Maurizia D’Agostino – Ovviamente è un buon incentivo ma il problema è legato alla tempistica perché l’incentivo 5.0 si esaurisce a fine 2025 con la conseguenza che le imprese, vuoi per la difficoltà ed i tempi a recuperare le risorse finanziarie necessarie vuoi per tutto l’aspetto burocratico progettuale e post, faranno molta fatica a sfruttare tale opportunità.

Carla Lunardon – il programma punta a sostenere gli investi- menti in digitalizzazione e nella transizione green delle imprese attraverso un innovativo schema di crediti d’imposta. Alle aziende verrà concesso un credito d’imposta automatico, senza alcuna valutazione preliminare, senza discriminazioni legate alle dimensioni dell’impresa, al settore di attività o alla sua localizzazione. Inoltre, saranno ammessi anche investimenti in nuovi beni strumentali necessari all’autoproduzione di energia da fonti rinnovabili e spese per la formazione del personale dipendente. È una opportunità anche per le nostre aziende anche al fine di ridurre il “peso” dei costi energetici che, come detto, ci penalizza non poco. Sarà importante, come fatto in occasione di impresa 4.0, avere un dialogo con le aziende produttrici di macchinari per capire se saranno messe in commercio attrezzature che rispettano i requisiti di questa nuova norma.

Gettando lo sguardo oltre confine, in Europa e nel mondo, cosa potremmo imparare dalle esperienze di altri Paesi (il riferimento è sempre relativo alle attività di tintolavanderia)?

Maurizia D’Agostino – Il modello italiano è unico nel suo genere, in Europa il mercato si caratterizza prevalentemente con lavanderie industriali e self service. In Italia la presenza diffusa e capillare di piccole lavanderie tradizionali se da un lato potrebbe sembrare un’eccessiva parcellizzazione e frammentazione, dall’altro garantisce un valore aggiunto senza eguali, in termini di professionalità, servizi personalizzati, attenzione alla clientela, elevata competenza delle imprese.

Carla Lunardon – Posso affermare con certezza che la professionalità e i servizi che le imprese di lavanderia professionale del nostro Paese sono un’eccellenza riconosciuta. La piccola dimensione è anche la nostra forza. I servizi di imprese più grandi – come le catene – standardizzano il servizio e lo rendono meno “sartoriale”. E meno di qualità secondo il mio modesto parere. Quello che possiamo imparare dall’estero è la creazione di centri di analisi/formazione nazionali o sovraregionali che siano punto di riferimento per la nostra categoria e per la formazione sia quella necessaria all’accesso alla professione che quella continua di aggiornamento. Esiste una bellissima realtà in Francia che sarebbe bello provare a riprodurre in Italia magari partendo da enti già attivi come il centro Serico di Como.

Franco Pirocchi – In Europa, negli U.S.A., come in altri Paesi tecnologicamente avanzati, (vedi Corea del Sud, Australia, Giappone ecc.) le attività all’interno dei Centri Commerciali si sono parecchio ridimensionate, mentre stanno crescendo le lavanderie che adottano sistemi automatizzati sia per il ritiro, che per la riconsegna dei capi, gestiti attraverso applicazioni e sistemi di pagamento digitalizzati, con personale ridotto al minimo e preposto a svolgere mansioni limitate alla sola gestione del magazzino e non più al contatto con il pubblico. Un’altra realtà in aumento è quella che ritira e consegna a domicilio, gestendo la logistica in proprio o avvalendosi di corrieri esterni. Ma, il vero nodo gordiano da affrontare è quello di superare gli attuali modelli commerciali ed organizzativi, per guardare l’evoluzione del settore con una prospettiva ed una visione scevra da dogmi quasi anacronistici, laddove, ormai, il passaggio in lavanderia è considerato alla stregua di quello in una banca o in un ufficio postale o alla spesa on line del supermercato. L’idea ossessiva della qualità ad ogni costo, del contatto diretto con il cliente e quasi del suo possesso, rappresentano schemi mentali ampiamente superati dalle generazioni “smart” che si stanno affacciando al mercato di oggi e che hanno determinato l’enorme successo di piattaforme di acquisti digitali come Amazon, Alibaba, Shein, Zalando ecc. Sarebbe, quindi, indispensabile seguire questa linea di progresso, sebbene l’elevata età media degli operatori del settore e la limitata competenza informatica/digitale, rappresentino, insieme ai molti altri fattori già citati, un vero ostacolo, che rallenta questo inevitabile processo evolutivo.

Siamo nei giorni di approvazione della legge di Bilancio 2025 (quando il magazine uscirà a gennaio sarà già approvata), quali sono nell’ottica di categoria i punti di forza e di debolezza di questa manovra economica?

Carla Lunardon – Premesso che la Legge di bilancio ha il compito di assicurare equilibrio tra rigore e crescita economica, tre sono i fronti che auspichiamo vedano provvedimenti coerenti: una riduzione del carico tributario sulle persone e sulle imprese per restituire capacità di consumo e investimento privato, potenziare l’apprendistato professionalizzante e introdurre misure per facilitare l’accesso al credito, in particolare con la modifica del funzionamento del Fondo di Garanzia e con una nuova legge sui Consorzi Fidi.

Franco Pirocchi – Come già evidenziato il settore beneficia per oltre il 70% di un regime contabile forfettario, che ha eliminato molti passaggi amministrativi, ridotto le imposte e facilitato la gestione amministrativa. Nonostante queste agevolazioni il comparto soffre per il mancato raggiungimento degli obiettivi minimi I.S.A. (indici sintetici di affidabilità) risultando complessivamente insufficiente (i coefficienti rilevati sono inferiori al “sei”), tanto da essere stato annoverato tra quelle categorie in odore di evasione fiscale (si veda Il Sole 24 Ore del 6 Giugno 2024). Rispetto al 2024, la manovra di bilancio 2025, non ha introdotto sostanziali modifiche, utili ad agevolare o a rilanciare il nostro settore, a fronte, invece, di una maggior capacità dell’amministrazione finanziaria nell’individuare anomalie e comportamenti poco virtuosi, grazie all’uso di algoritmi ed intelligenza artificiale, il che costituirà un altro motivo di contrazione per la nostra categoria, qualora si aprissero dei contenziosi fiscali. Del resto, ai primi di dicembre, sono state notificate dall’Agenzia delle Entrate oltre 700.000 comunicazioni che evidenziano problematiche fiscali ed invitano ad aderire al Concordato Biennale Preventivo per compensare dichiarazioni non sempre adeguate agli standard minimi previsti. Eppure, questo strumento, potrebbe rappresentare davvero un punto di forza e di svolta, perché andrebbe a ridurre i rischi di accertamento e di revisione fiscale, sebbene il settore fatichi a comprendere la portata concreta ed i vantaggi di questa novità.

Maurizia D’Agostino – La legge di bilancio dovrebbe garantire equilibrio tra crescita e rigore. Per un settore così piccolo come il nostro, l’impatto potrà avere un effetto positivo solo intervenendo sulla riduzione della tassazione, del cuneo fiscale sul lavoro, sostegno degli investimenti delle imprese e un accesso al credito alla portata dei più piccoli. Le considerazioni finali le faremo quando la manovra sarà approvata definitivamente. •

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