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EPR, riciclo tessile e responsabilità dei produttori, a che punto siamo?

Marzio Nava

Il tessile è a un punto di svolta. Nei prossimi mesi, con l’introduzione della responsabilità estesa del produttore (EPR), l’intera filiera - dalla progettazione alla gestione del fine vita - sarà chiamata a ripensarsi in chiave strutturale. Non si tratta di un semplice adeguamento normativo, ma di una trasformazione destinata a incidere sui modelli industriali, sui consumi e sulla stessa organizzazione del sistema dei rifiuti.

Il confronto tra istituzioni e operatori, emerso anche in recenti occasioni pubbliche di settore, evidenzia come il nuovo schema di decreto rappresenti un passaggio cruciale: definire regole chiare per una filiera che oggi mostra ancora limiti evidenti, soprattutto nella fase di raccolta e trattamento dei rifiuti tessili. La spinta arriva da lontano. L’Europa ha inserito il tessile tra i comparti prioritari della transizione circolare già dal 2020, imponendo un cambio di paradigma che parte dall’eco-design e arriva fino al riciclo. In questo contesto, l’EPR introduce un principio semplice quanto rivoluzionario: chi immette un prodotto sul mercato deve farsi carico anche del suo fine vita. Un meccanismo che, se ben applicato, può orientare la produzione verso beni più durevoli, riparabili e riciclabili. Una bella responsabilità. Per l’Italia, il tema è particolarmente rilevante. Il nostro Paese è uno dei principali attori europei del tessile, ma presenta ancora criticità nella gestione dei rifiuti: la raccolta differenziata resta limitata e il ricorso a smaltimento ed energia è ancora prevalente. Il potenziale di miglioramento è quindi ampio, ma richiede un salto di qualità in termini di infrastrutture, tecnologie e organizzazione.

Le nuove regole punteranno ad ampliare la raccolta, includendo anche i materiali oggi esclusi perché non riutilizzabili. Questo comporterà sfide operative non banali: serviranno impianti adeguati, capacità di selezione avanzate e un equilibrio attento per non compromettere il valore dei capi destinati al riuso. Il coinvolgimento dei produttori sarà decisivo. Attraverso eco-contributi e sistemi consortili, le imprese dovranno contribuire non solo economicamente, ma anche alla costruzione di una filiera efficiente e trasparente. Un processo già avviato da alcune realtà, che si stanno organizzando per anticipare gli obblighi normativi e giocare un ruolo attivo nel nuovo scenario.

Parallelamente, cresce l’attenzione sul fronte della legalità. Il rafforzamento degli strumenti contro i reati ambientali accompagnerà l’EPR, creando un sistema più controllato e meno esposto a pratiche illecite che alterano il mercato. Sostenibilità e legalità diventano così due facce della stessa medaglia. Il passaggio a un modello circolare non sarà immediato. Richiederà investimenti, innovazione e una forte collaborazione tra pubblico e privato.

Ma la direzione è ormai tracciata: trasformare un sistema ancora lineare in una filiera capace di recuperare valore, ridurre gli sprechi e generare nuova competitività. Una sfida che riguarda l’industria, ma anche il modo in cui consumiamo e attribuiamo valore ai prodotti. E sarà una sfida che inevitabilmente peserà sulle tasche di tutti, perché come diceva il premio nobel americano Milton Friedman “non esistono pasto gratis”.

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