/ Magazine / Editoriale / Referendum Cgil “per liberare il lavoro”, è la scelta giusta?
di Marzio Nava
La Cgil ritorna sul piede di guerra.
La Cgil ritorna sul piede di guerra. L’11 aprile ha depositato quattro quesiti referendari in Cassazione relativi a tre macro argomenti: tutela contro i licenziamenti illegittimi, superamento della precarietà, sicurezza del lavoro in appalto. Nel mirino c’è il Jobs act, ma anche molto altro. L’idea alla base del referendum è quella straconosciuta per la quale più si irrigidisce il mercato del lavoro più i lavoratori saranno tutelati, la solita illusione ottica. Il fronte sindacale si è spaccato, non è la prima volta e non sarà di certo l’ultima. Cgil da una parte, Cisl dall’altra, mentre la Uil in mezzo, perplessa sull’utilizzo dello strumento referendario. Per quale motivo la Cgil ha disseppellito l’ascia di guerra? L’andamento occupazionale è negativo? Il lavoro stabile è in discesa libera? Nulla di tutto questo. I dati ci dicono altro. Il mercato del lavoro continua a mostrarsi vivace.
A marzo 2024, per il terzo mese consecutivo, il numero di occupati è cresciuto (+22mila unità su febbraio). Sull’anno ci sono 297mila occupati in più, praticamente tutti lavoratori dipendenti a tempo indeterminato. I dati sul mese di marzo diffusi dall’Istat evidenziano come il numero complessivo di occupati raggiunge il picco di 23.349.000. E, quindi? È necessario cambiare paradigma contestualmente a un cambiamento di mentalità. I lavoratori vanno difesi nel mercato del lavoro e non dal mercato. Se ci si mette di traverso con regole antistoriche e anacronistiche l’occupazione subisce contraccolpi negativi e si rende solo più complicato per le aziende assumere. Come sanno bene le imprese ricoprire alcune posizioni aziendali è diventata una scommessa e quando si ha un lavoratore o una lavoratrice considerabili risorse conviene tenersele strette.
L’emancipazione dei lavoratori passa attraverso l’emancipazione della conoscenza, dell’intelligenza, anche e non solo artificiale. Il modo di produrre ha subito una conversione a 180°. I vecchi e impolverati richiami alla lotta di classe, fatti in questo modo hanno un sapore strumentale molto politico e poco sindacale (almeno nella concezione riformista). D’altronde la Cgil di Landini ha sempre visto come fumo negli occhi il Jobs Act di renziana memoria. Nell’economia caratterizzata da industria 5.0 se un rapporto di lavoro è logoro non c’è articolo 18 che tenga. Nei nuovi lavori è difficile immaginare la coabitazione forzosa prevista dal vecchio modello normativo legato all’indissolubilità del rapporto di lavoro previsto dall’articolo 18.
È ancora più vero oggi - in cui l’economia è digitale - ciò che affermò il grande Hanry Ford, fondatore della Ford Motor Company, “Non è l'azienda che paga i salari. L'azienda semplicemente maneggia il denaro. È il cliente che paga i salari.” Dulcis in fundo, chi gioca contro l’azienda tout court, non fa un buon servizio al lavoro, ai lavoratori e neanche tanto bene ai consumatori.
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