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Abiti da lavoro e DPI, quali le nuove tecniche di intervento tra criteri normativi e qualità del servizio?

   di
MARZIO NAVA

Il trattamento degli abiti da lavoro e dei DPI nelle lavanderie industriali e professionali è oggi un nodo centrale per la sicurezza sul lavoro. Le lavanderie specializzate non svolgono più un semplice ruolo di pulizia, ma sono divenute parte integrante del sistema di prevenzione e tutela della salute dei lavoratori. Il quadro normativo di riferimento impone al datore di lavoro l’obbligo di mantenere in efficienza i DPI e garantirne le condizioni igieniche idonee. Le lavanderie industriali moderne impiegano tecniche di trattamento avanzate basate su sistemi automatizzati di dosaggio detergenti, controllo delle temperature e tracciabilità RFID per monitorare ogni capo. L’impiego di prodotti a basso impatto ambientale e di tecnologie di risparmio energetico, contribuisce inoltre a ridurre l’impronta ecologica. Le aziende produttrici, nei diversi ambiti di competenza, quali misure attuano?

KANNEGIESSER ITALIA

Nel settore delle lavanderie industriali, il trattamento di DPI e abiti da lavoro rappresenta oggi una delle sfide più complesse e dinamiche. A delinearne i contorni e inaugurando questo approfondimento è Alessandro Rolli, alla guida di KANNEGIESSER ITALIA, con il quale cerchiamo di addentrarci in questo specifico segmento di mercato.

Qual è oggi, secondo lei, la sfida principale per le lavanderie che gestiscono DPI e abiti da lavoro?
“Il mercato dell’abbigliamento da lavoro è in forte crescita, ma presenta una barriera all'ingresso piuttosto elevata. È completamente diverso rispetto, ad esempio, al trattamento della biancheria per l’hotellerie. Qui non si serve un’azienda in senso astratto, ma una persona. Questo cambia radicalmente l’approccio: soprattutto sul tessile, perché parliamo di materiali e capi estremamente diversi tra loro e con caratteristiche che devono essere scelte in funzione del settore di applicazione”.

Quindi è anche una questione di conoscenza dei tessuti?
“È fondamentale conoscere a fondo i tessuti e le loro caratteristiche. L’abito da lavoro deve garantire comfort per molte ore, adattarsi perfettamente alla persona e mantenere prestazioni precise. L’attenzione alla persona in questo ambito è fondamentale. Perché ogni capo è associato a un individuo: deve avere la giusta taglia, vestire bene e assicurare comfort durante tutta la giornata lavorativa. Questo introduce una dimensione di servizio molto più personalizzata rispetto ad altri segmenti”.

E sul fronte degli investimenti?
“Sono inevitabili. Gli indumenti tecnici richiedono processi specifici, come l’asciugatura in tunnel dedicati, sistemi di riaccoppiamento automatico (sorting) e piagatura. Inoltre, si tratta di un mercato già presidiato da grandi player con impianti altamente tecnologici e costi competitivi. Anche la tipologia di capi incide: parliamo di DPI con costi di acquisto considerevoli”.

Restando sui DPI: come si mantengono nel tempo caratteristiche come impermeabilità o resistenza?
“Le aziende più strutturate effettuano controlli e test per verificare che le prestazioni siano mantenute dopo i lavaggi. Noi non produciamo strumenti di test, ma i processi devono essere progettati per preservare le caratteristiche tecniche. Questo implica un forte allineamento tra lavanderie, produttori di macchine e protocolli di lavaggio”.

Un altro tema critico è quello delle contaminazioni…
“Esistono protocolli molto rigorosi per evitare contaminazioni chimiche o biologiche. Alcuni clienti richiedono certificazioni di processo e garanzie precise: ad esempio, che capi destinati al settore alimentare non vengano lavati insieme ad altri provenienti da contesti industriali più contaminanti”.

Parliamo di automazione: ci sono differenze rispetto ad altri segmenti di mercato?
“Sì, il processo è diverso sotto molti aspetti. I tessuti sono spesso misti, come poliestere-cotone, e richiedono parametri specifici di lavaggio. Anche i carichi cambiano: rispetto alla biancheria piana, si lavora con percentuali inferiori per garantire un trattamento adeguato”.

E sul fronte digitale?
“Oggi le macchine sono tutte connesse, integrate con sistemi gestionali e piattaforme cloud. La tracciabilità è un altro pilastro: tecnologie come RFID o barcode sono utilizzate da decenni in questo settore per monitorare ogni singolo capo”.

Dal punto di vista dell’offerta, avete macchinari specifici per questo segmento?
“Sì, abbiamo soluzioni dedicate. Ad esempio, lavatrici a carico automatico da 180 kg, molto flessibili e adatte anche a capi particolarmente sporchi. Offriamo inoltre sistemi automatizzati di piegatura ad alta produttività—fino a 1.200 pezzi l’ora—e tutte le tecnologie per la movimentazione interna, indispensabili per collegare le diverse fasi del processo. Copriamo l’intera filiera, dalla fase di lavaggio fino alla logistica interna, garantendo continuità ed efficienza lungo tutto il ciclo produttivo”, conclude Rolli.

 

MACPI

Passiamo al versante del finissaggio tessile e andiamo da MACPI azienda di Palazzolo non lontano da Brescia, e dialoghiamo con Simone Cominardi, Responsabile Commerciale Italia, con il quale abbiamo approfondito un ambito in forte evoluzione: il trattamento degli abiti da lavoro e dei dispositivi di protezione individuale (DPI) nell’ottica dello stiro professionale.

Oggi parliamo del trattamento degli abiti da lavoro e dei DPI. Sempre più aziende si affidano a lavanderie specializzate: come vedete questo trend?
“È una tendenza chiara, che avvicina l’Italia agli standard europei. Le aziende cercano competenze e processi controllati, soprattutto per rispettare normative sempre più stringenti”.

Come si posiziona Macpi in questo mercato?
“La nostra direzione è sempre stata la qualità. Però è fondamentale distinguere: un abito da lavoro non è sempre un DPI. Ogni capo richiede un trattamento specifico.Facciamo un esempio concreto. Prendiamo il camice sanitario: non è sempre un DPI, ma deve essere sanificato in modo rigoroso. Con i nostri tunnel a vapore, che arrivano fino a 170-180°C, garantiamo livelli altissimi di igienizzazione”.

E rispetto al pressato tradizionale?
“Il pressato offre una qualità di stiro superiore, ma non integra sempre la sanificazione. Il tunnel invece bilancia bene qualità e igiene, soprattutto per grandi volumi. Per i DPI tecnici, invece, è necessario procedere diversamente ed agire per priorità. L’obiettivo in questo caso è non compromettere le prestazioni del capo. Pensiamo agli indumenti ad alta visibilità: le bande riflettenti non devono essere pressate, altrimenti perdono efficacia. Per questo privilegiamo il soffiato, che evita il contatto diretto”.

Quindi non esiste una tecnologia migliore in assoluto?
“Esatto. Dipende dal capo e dall’obiettivo: estetica, sanificazione o sicurezza funzionale”.

Quanto pesa oggi questo segmento nel vostro business?
“In Italia siamo intorno al 20%. È cresciuto molto grazie all’introduzione dei tunnel, che ha reso il processo più efficiente e versatile. Da questo punto di vista abbiamo rilevato che ci sono alcune difficoltà nella clientela sul trattamento dei DPI. Ci sono lacune nella corretta gestione dei DPI. Spesso ci sono errori nei trattamenti che possono compromettere le prestazioni dei capi. Serve più consapevolezza ed informazione”.

Qui entra in gioco la tecnologia?
“Assolutamente. L’integrazione digitale è fondamentale: le macchine devono riconoscere i capi e applicare automaticamente i parametri corretti, evitando sovra-trattamenti”.

Perché le aziende esternalizzano sempre di più?
“Principalmente per le normative. Oggi servono standard elevati e processi certificati. Inoltre c’è un vantaggio organizzativo e anche culturale: uniformità e maggiore senso di squadra. Ma è anche l’elemento della sostenibilità è sempre più centrale. La centralizzazione dei processi riduce sprechi e consumi. Inoltre si stanno sviluppando progetti di riciclo tessile su larga scala. Concludendo, il trattamento di abiti da lavoro e DPI è sempre più strategico. Servono qualità, tecnologia e competenze per garantire sicurezza ed efficienza”, conclude Cominardi.

ZUCCHETTI CENTRO SISTEMI (ZCS)

Il settore degli abiti da lavoro e dei DPI è sempre più guidato da innovazione e digitalizzazione. Tracciabilità, logistica e controllo qualità diventano elementi chiave lungo tutto il ciclo di vita del capo. Tecnologie come RFID e intelligenza artificiale migliorano efficienza e conformità. Ne abbiamo parlato con Alessio Benevieri, Software Engineer della Automation Division di ZUCCHETTI CENTRO SISTEMI (ZCS).

Il vostro punto di osservazione nel settore è piuttosto particolare: non vi occupate direttamente di lavaggio o detergenza, ma di logistica e movimentazione. Qual è il vostro ruolo?
“Noi ci occupiamo di logistica, movimentazione, procedure e controllo. Ciò che ci distingue è la capacità di offrire un ecosistema completo hardware-software che consente la tracciabilità dell’indumento da lavoro, sia dal punto di vista logistico sia qualitativo. Il nostro software consente di monitorare la qualità anche su aspetti specifici, come ad esempio gli indumenti ad alta visibilità. Attraverso strumenti di controllo integrati possiamo verificare che le caratteristiche tecniche vengano mantenute nel tempo. Tutto questo si inserisce nel sistema di tracciabilità RFID, che permette di seguire ogni capo lungo tutto il ciclo di vita”. Avete introdotto anche soluzioni innovative legate all’intelligenza artificiale.

Di cosa si tratta?
“Una delle novità più interessanti è un servizio basato su intelligenza artificiale integrato con WhatsApp. L’utente finale può segnalare, ad esempio, un capo danneggiato semplicemente inviando una foto. Il sistema interpreta automaticamente il messaggio e apre una segnalazione alla lavanderia, È un modo per anticipare il controllo qualità e coinvolgere direttamente l’utilizzatore”.

Si tratta quindi di un servizio aggiuntivo rispetto alla tracciabilità tradizionale?
“Esattamente. È un modulo integrativo che si affianca ai nostri sistemi di tracciabilità, ai portali RFID e agli strumenti di controllo qualità. Aggiunge uno step ulteriore: la possibilità di gestire ticket e segnalazioni direttamente dal campo, migliorando sia la qualità del prodotto sia quella del servizio”.

Il settore degli abiti da lavoro e dei DPI è complesso e in crescita. Quanto contano efficienza e compliance normativa?
“Sono elementi fondamentali. La compliance è in gran parte garantita automaticamente dal nostro sistema, che offre una gestione a 360 gradi grazie al software TRAK e all’hardware collegato. Questo consente di monitorare processi, qualità e conformità in modo continuo e strutturato”.

Le vostre soluzioni sono integrabili con altri sistemi gestionali?
“Sì, assolutamente. Colleghiamo i nostri dati a ERP o piattaforme cloud esterne. L’integrazione è completa e aperta”.

Un tema cruciale per i DPI è la durata delle prestazioni nel tempo. In che modo intervenite su questo aspetto?
“Se il nostro ecosistema è completamente implementato, possiamo interfacciarci anche con le macchine di lavaggio e controllo. Ad esempio, possiamo associare a ogni capo informazioni dettagliate su come è stato trattato: temperature, detergenti, cicli. Questo permette un controllo totale e aiuta a preservare le caratteristiche tecniche dei capi nel tempo. Definiamo una completa carta d’identità del capo”.

Quali sono le principali difficoltà che riscontrate nei vostri clienti?
“La necessità di avere una visione unificata e completa di tutti i processi, e soprattutto la capacità di interpretare i dati. È qui che l’intelligenza artificiale fa la differenza, automatizzando analisi e controlli e rendendo i dati realmente utili”.

In che modo l’intelligenza artificiale supporta concretamente le vostre soluzioni?
“Principalmente nell’interpretazione dei dati e nell’ottimizzazione dei flussi. Non solo reportistica, ma anche ottimizzazione degli stock, riduzione degli sprechi e miglioramento delle configurazioni operative. Questo si traduce in risparmi e maggiore efficienza per il cliente”.

 

 

JENSEN ITALIA

Il settore degli abiti da lavoro e dei dispositivi di protezione individuale (DPI) sta vivendo una fase di trasformazione profonda, spinta da digitalizzazione, sostenibilità e automazione. Tuttavia, l’Italia si muove ancora a velocità ridotta rispetto ai Paesi del Nord Europa. Ne parliamo con Matteo Gerosa, responsabile di JENSEN ITALIA, azienda specializzata in soluzioni per la gestione e il trattamento industriale dei capi professionali.

Un mercato in ritardo, ma con margini di crescita?
“La vera sfida in Italia è la rincorsa all’Europa. Il mercato nazionale, infatti, sconta un ritardo stimato tra i cinque e i dieci anni rispetto ai Paesi del Nord Europa, dove modelli avanzati di gestione – come il noleggio degli abiti da lavoro e l’esternalizzazione dei servizi – sono già consolidati. Questo gap, tuttavia, rappresenta anche un’opportunità: “Significa che ci sono ampi margini di crescita e sviluppo”, sottolinea. In particolare, si prevede una progressiva evoluzione verso servizi più strutturati e professionali, con un aumento della domanda di soluzioni integrate”.

Digitalizzazione ed ESG: leve ancora poco sfruttate?
“Uno degli elementi distintivi dei mercati più maturi è l’elevato livello di digitalizzazione dei processi, dalla tracciabilità dei capi alla gestione logistica. In Italia, invece, queste tecnologie sono ancora in fase di diffusione. Allo stesso modo, le tematiche ESG (Envi- ronmental, Social, Governance), già centrali nelle strategie commerciali all’estero, sono solo agli inizi nel contesto italiano. All’estero sono date per scontate e utilizzate come leve competitive, mentre in Italia sono ancora poco valorizzate”, osserva Gerosa. Questa immaturità del mercato si riflette anche sulla leva prezzo, che resta dominante: nei mercati più evoluti il prezzo pesa meno, mentre in Italia è ancora un fattore decisivo”.

La vera partita è come preservare i DPI…
“Un tema cruciale riguarda la manutenzione dei DPI, che devono mantenere nel tempo caratteristiche fondamentali come resistenza, impermeabilità e riflettenza. La tendenza è verso processi di lavaggio e finissaggio meno aggressivi: temperature più controllate, sistemi di asciugatura alternativi e tunnel di stiro più lunghi ma meno “intensi”. L’obiettivo è duplice: prolungare la vita utile dei capi e ridurre l’impatto ambientale, in linea con i principi ESG. Più un capo dura, meno deve essere sostituito: è un approccio sostenibile anche dal punto di vista economico”.

Una delle insidie maggiori è quella delle contaminazioni, cosa ne pensa?
“Nel trattamento dei capi provenienti da settori diversi – come industria e alimentare – il rischio di contaminazione è un aspetto critico. I grandi operatori dispongono di linee di lavorazione separate per macrofamiglie di prodotti, ma anche impianti più piccoli possono garantire sicurezza grazie a tecnologie avanzate e protocolli adeguati. Le temperature e i processi moderni permettono di gestire qualsiasi tipo di contaminazione, dalle sostanze chimiche agli agenti biologici”.

Qual è il livello di automazione?
“Il livello di automazione nel settore è già molto elevato: dalla cernita robotizzata dei capi sporchi alla gestione del flusso produttivo, fino ai sistemi di sorting avanzati. Jensen Italia, in particolare, integra soluzioni in grado di identificare oggetti estranei nei capi – come penne, utensili o persino oggetti pericolosi – prevenendo danni ai tessuti, ai macchinari e agli operatori. Il futuro punta a un’ulteriore automazione, anche nel controllo qualità, che potrebbe essere progressivamente affidato a sistemi intelligenti. Tuttavia, alcune fasi restano difficilmente automatizzabili.
Tra queste:
• l’appendimento dei capi, a causa della varietà di forme e materiali;
• il rammendo e le riparazioni, che richiedono ancora intervento umano”.

Quali prospettive per questo settore?
“Il panorama italiano resta caratterizzato da una forte frammentazione, con pochi grandi player e molte realtà di dimensioni mediopiccole. Il consolidamento del mercato è ancora in corso, ma il modello di riferimento resta quello europeo. Il settore degli abiti da lavoro e dei DPI in Italia si trova in una fase di transizione: indietro rispetto ai leader europei, ma con ampie prospettive di sviluppo. La sfida sarà colmare il gap puntando su innovazione, sostenibilità e integrazione tecnologica”.

 

 

 

ÈCOSÌ

Nel lavaggio dell’abbigliamento da lavoro, l’errore più comune è confondere il pulito con il risultato. Un capo può uscire visivamente in ordine, ma portarsi dietro odori residui, tracce organiche, stress meccanico e un progressivo decadimento delle prestazioni del tessuto. E quando si parla di workwear, questo fa la differenza. Perché un indumento professionale non deve solo essere pulito: deve tornare in servizio nelle condizioni corrette, in modo costante, sicuro e ripetibile. È su questo terreno che oggi si gioca la qualità del processo di lavaggio, su questi temi ci confrontiamo con Antonio Ciccarella, Laundry Division Manager di ÈCOSÌ.

Da dove si parte quando si parla di lavaggio del workwear?
“Si parte da un principio semplice: questi capi non si lavano come un tessile qualunque. L’abbigliamento da lavoro assorbe sudore, carichi organici, odori persistenti e spesso sporchi tecnici. Quindi il punto non è solo rimuovere quello che si vede, ma trattare ciò che incide davvero sulla qualità finale e sulla riutilizzabilità del capo”.

Quindi il nodo vero è l’igiene?
“L’igiene è una parte del problema. L’altra è la tenuta del processo. Se un odore si ripresenta, se il capo richiede rilavaggi, se il tessuto si deteriora troppo in fretta, vuol dire che il lavaggio non è sotto controllo. Nel workwear la qualità si misura proprio lì: nella continuità del risultato”.

Molte lavanderie parlano ancora soprattutto di prodotto. È un limite?
“Può diventarlo. Oggi ragionare solo in termini di prodotto è riduttivo. Serve una logica di processo: valutare il tipo di sporco, la natura del tessuto, la temperatura, l’azione meccanica, il dosaggio e l’obiettivo finale. Solo così si riesce a coniugare efficacia di lavaggio, contenimento dei consumi e rispetto del capo”.

E il vostro disinfettante PMC Aquoxil, in questo quadro, quale ruolo ha?
“Aquoxil non va letto come risposta unica, ma come uno strumento tecnico preciso dentro una strategia più ampia. È un disinfettante liquido per biancheria a base di acido peracetico, at tivo anche a basse temperature, utile quando oltre al pulito serve un’azione disinfettante certificata sui tessuti. Nel workwear può diventare molto interessante soprattutto sul fronte del controllo degli odori poiché va a lavorare alla radice abbattendo così il problema del re-wash. Aquoxil è un efficace alleato all’interno di un processo ben progettato”.

Il mercato sta andando in questa direzione?
“Sì. Le lavanderie più evolute stanno capendo che qualità del risultato, durata dei capi, controllo dei costi e affidabilità del servizio non sono temi separati. Sono parti dello stesso sistema. E nel caso dell’abbigliamento da lavoro questo è ancora più evidente, perché ogni errore di lavaggio si riflette subito sull’uso quotidiano del capo e sulla percezione del servizio, quindi la fidelizzazione del cliente”. In fondo, il punto è tutto qui: nel workwear vince chi lava meglio. Chi riesce a restituire capi tecnicamente trattati, deodorati in modo reale, igienicamente affidabili e in grado di durare nel tempo.

 

Renzacci SpA

“Il trattamento degli abiti da lavoro e DPI sono diventati un tassello strategico nella filiera della sicurezza. Non più semplice attività di pulizia, ma parte integrante dei sistemi di prevenzione e tutela della salute”. A sottolinearlo è Marco Niccolini, Direttore Commerciale e Marketing di Renzacci SpA, che traccia un quadro dell’evoluzione tecnologica e normativa del settore.

“Negli ultimi vent’anni si è privilegiato il lavaggio ad acqua, anche per una percezione di maggiore sicurezza rispetto al tradizionale lavaggio a secco. Ma l’introduzione del bio dry cleaning e dei solventi naturali ha riportato equilibrio: oggi parliamo di soluzioni non tossiche, a basse emissioni e con impatto ambientale quasi nullo ». Un passaggio che amplia il concetto stesso di sicurezza, includendo non solo l’operatore ma l’intero ecosistema produttivo. Le lavanderie professionali moderne operano con sistemi avanzati: dosaggi automatizzati, controllo delle temperature, tracciabilità RFID e tecnologie orientate al risparmio energetico. Limitarsi a una sola tecnica di lavaggio è un errore strategico. Acqua e secco devono convivere: la vera innovazione è la personalizzazione del trattamento in base al capo e al tipo di DPI”.

In termini di sostenibilità?
“Sul fronte ambientale emerge un tema cruciale: la lotta alle microplastiche. Stiamo investendo molto in sistemi di filtrazione e processi che riducano la dispersione. Parallelamente cresce l’at- tenzione verso cicli di sanificazione avanzata, capaci di prolungare la vita dei dispositivi e ridurre i costi per le aziende, anche in risposta agli obblighi normativi. È necessario focalizzare l’attenzione sull’equilibrio tra standard igienici elevati e sostenibilità. Oggi i prodotti chimici consentono di attivare i principi disinfettanti a temperature molto più basse rispetto al passato. Tutto ciò riduce consumi energetici e costi, senza compromettere l’efficacia”.

Quale traiettoria assumerà il trattamento degli abiti da lavoro in futuro?
“Guardando al futuro, l’intelligenza artificiale avrà un ruolo crescente nei processi di automazione e controllo, anche per il trattamento abiti da lavoro ma con un limite chiaro: Non potrà sostituire il know-how umano. La competenza resterà il vero valore aggiunto del settore. Dopo la pandemia, disinfezione e sicurezza non sono più opzionali. Nei prossimi cinque anni diventeranno standard richiesti in ogni ambito, non solo per i DPI ma per tutto il comparto del workwear. Una trasformazione che ridefinisce il ruolo delle lavanderie professionali, sempre più partner strategici delle imprese”.

 

PONY SpA

“Le divise da lavoro, quando hanno funzione di protezione contro agenti chimici o fisici come polveri, oli o sostanze nocive, sono considerate dispositivi di sicurezza. La normativa prevede che la loro gestione, compresi il lavaggio e la manutenzione, sia responsabilità del datore di lavoro. Per questo molte aziende si affidano a lavanderie professionali, che garantiscono processi controllati e standard elevati di igiene e qualità”, ci dice Andrea Astolfi, Direttore Commerciale di PONY SpA.

“Inoltre, aggiunge Astolfi, negli ultimi anni le divise da lavoro hanno assunto un ruolo che va oltre la sola funzione pratica, diventando un vero e proprio strumento di comunicazione per le aziende. Oggi questi capi contribuiscono a definire l’immagine del brand e a trasmettere un senso di professionalità, cura e affidabilità, elementi sempre più importanti in settori come industria, ristorazione, sanità e hotellerie. In questo contesto, PONY sviluppa soluzioni dedicate alla stiratura e alla finitura delle divise, pensate per rispondere alle diverse esigenze dei vari settori professionali”.

Ci sono quindi macchinari ad hoc in relazione ai differenti capi che si devono trattare?
“Per le camicie, i camici, le giacche da cuoco e le divise sanitarie lavate ad acqua, entrano in gioco sistemi come il manichino multifinisher 404 e lo stiracamicie EAGLE 2.0 con castello Maxi: macchine che stirano con il sistema soffiato o misto pressato/ soffiato e che garantiscono flessibilità e ottima qualità di finitura”.

Per esigenze di alta produttività?
“Quando si passa ad altre necessità in particolare relative a capi il cui trattamento richiede ritmi più elevati e continuità produttiva, come casacche e giacche in cotone o misto, le soluzioni Angel 3.0, manichino singolo e la Serie DB di manichini doppi rotativi, in versione sia pressante che soffiante, consentono di asciugare e stirare i capi in pochi secondi, garantendo rapidità ed efficienza”.

Per quanto riguarda il finissaggio dei capi lavati a secco?
“Per i capispalla lavati a secco, dove forma e vestibilità sono fondamentali, il manichino universale MG e il sistema tensionante FORMPLUS garantiscono massima adattabilità e una finitura precisa su taglie e modelli diversi. In aggiunta, la cabina rotativa COSMOS è progettata per offrire grande versatilità e, grazie alla semplicità di utilizzo, assicura un’elevata produttività su un’ampia gamma di capi da lavoro, dai capispalla ai pantaloni”.

Passando ai pantaloni…
“Nel caso dei pantaloni, sia lavati ad acqua che a secco, i topper MPT-D e DL assicurano una stiratura completa e uniforme, indipendentemente dal tessuto o dalla misura. Le presse con piano lucido, disponibili in diverse configurazioni, rappresentano invece la soluzione ideale quando serve una finitura in tempi rapidi: l’alta temperatura e la pressione controllata permettono di ottenere risultati costanti, unendo produttività e igiene” conclude Astolfi.

 

CHT GROUP

Passiamo per concludere a CHT, player internazionale della detergenza professionale e intervistiamo Pascal Kienle, Global Portfolio Manager Textile Care, CHT GROUP. Qual è oggi, secondo lei la sfida più grande per chi gestisce e tratta DPI e abiti da lavoro? “La sfida principale è garantire una protezione e un’igiene affidabili lungo l’intero ciclo di vita dei DPI, senza compromettere i materiali, le prestazioni protettive o il comfort di chi li indossa. Allo stesso tempo, i requisiti in termini di sostenibilità, efficienza delle risorse e conformità normativa sono in costante aumento. CHT affronta questa sfida con processi di lavaggio delicati e specifici per il tessile, che assicurano un’efficace rimozione dello sporco preservando al contempo la protezione, i colori e l’integrità dei materiali – anche per i DPI certificati”.

Secondo la vostra esperienza come sta evolvendo il mercato specifico degli abiti da lavoro e DPI?
“Il mercato dell’abbigliamento da lavoro e dei DPI è sempre più guidato da una maggiore funzionalità, da normative più severe e da crescenti esigenze di sostenibilità. Con l’aumento della complessità e della durata dei DPI, l’importanza strategica di una manutenzione professionale e di processi di lavaggio validati è in costante crescita. L’attenzione si sta spostando dal prodotto in sé all’intero ciclo di vita, in cui i processi di cura svolgono un ruolo chiave nel mantenimento delle prestazioni e della certificazione”.

Come evitare o limitare nel tempo la degradazione dei DPI?
“Sebbene l’invecchiamento naturale non possa essere evitato, il degrado prematuro dei DPI può essere significativamente ridotto attraverso processi di lavaggio professionali e delicati. Un uso eccessivo di prodotti chimici, un’elevata sollecitazione meccanica e processi standard non idonei sono le principali cause dell’usura precoce. Con prodotti bilanciati e processi controllati di CHT, le funzioni protettive, i materiali e il comfort di chi li indossa possono essere preservati anche dopo numerosi cicli di lavaggio”.

In cosa consiste il processo SMART WASH?
“SMART WASH rappresenta una moderna cura dei tessuti che combina elevate prestazioni e sostenibilità. Il processo si basa sull’impiego coordinato di BEIPLEX GREEN, BEICLEAN ECO, BEIPUR ANP, BEIBLEACH WP 35 e BEIACID CIT, dando vita a un processo di cura dei tessuti olistico e sostenibile”.

Quale ruolo svolge BEIPLEX GREEN in questa azione specifica?
“BEIPLEX GREEN è un agente complessante e stabilizzante per lo sbiancamento alcalino con perossido, facilmente biodegradabile e privo di fosfonati. Le sue elevate prestazioni stabilizzanti e disperdenti garantiscono un'elevata affidabilità del processo e una qualità di lavaggio costantemente elevata, anche in condizioni difficili”.

Qual è il punto di forza di SMART WASH?
“Un elemento distintivo è il sistema integrato di inibizione del grigio basato sulla tecnologia CMC. Questo «sistema di cattura dello sporco» lega le particelle di sporco nel bagno di lavaggio e ne impedisce il rideposito sui tessuti, garantendo un bianco brillante senza antiestetiche velature grigie”.

In che modo gli altri prodotti completano il processo?
“BEICLEAN ECO e BEIPUR ANP assicurano un lavaggio efficace e rispettoso di fibre e colori. BEIBLEACH WP 35 supporta uno sbiancamento ossidativo efficiente, mentre BEIACID CIT garantisce una neutralizzazione ecologica del pH. SMART WASH unisce così sostenibilità, prestazioni e stabilità di processo in una soluzione avanzata per la cura industriale dei tessuti”, conclude Pascal Kienle. •

 

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