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Lavanderia EUREKA, come coniugare solidarietà e qualità del servizio

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MARZIO NAVA

 

Combinare solidarietà e produttività, è questa la sfida della lavanderia Eureka di Castelfranco Veneto, città natale di Giorgione, grande pittore del Rinascimento, nella provincia di Treviso. Eureka prende le mosse nel 1988 per la volontà di Bruno Pozzobon, papà di Enrico Pozzobon, quest’ultimo presidente di Eureka che abbiamo incontrato nel quartier generale della lavanderia. “La volontà di inserire persone svantaggiate nel mondo lavorativo e produttivo facendo della produzione un valore sociale è tutta opera di Bruno Pozzobon. Mio padre, dice Enrico, è stato uno di coloro che ha contribuito alla realizzazione della legge Basaglia che nel 1978, ha segnato una svolta epocale nella storia della psichiatria italiana, abolendo i manicomi e dando vita a un nuovo sistema di cura per le persone con problemi di salute mentale. Da qui è partito tutto.

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Come dare una pienezza di vita a coloro che per le loro condizioni fisiche o mentali sono svantaggiati?

Riannodiamo i fili della memoria. Alla fine degli anni ’80 la lavanderia viene realizzata nella “pancia” dell’ospedale di Castelfranco e fu avviata inserendo da subito alcuni ragazzi/e disabili. Nel ’90 si spostò in un capannone in affitto ma la situazione non era delle più rosee, macchine vecchie con un organico di 25 persone e un fatturato al palo, mai oltre gli 800 mila euro. La lavanderia arrancava e i bilanci erano sempre in apnea, quindi era necessario un colpo d’ala, una svolta.

 

 

Nel 2006 mio padre e alcuni dei nostri investitori mi chiesero di occuparmene direttamente e capii subito che c’erano nella realtà industriale grandi potenzialità di sviluppo e crescita. Era necessario mettere in campo un progetto. Capii che le case di riposo non potevano occuparsi in modo puntuale anche dell’attività di lavanderia e che fosse necessario realizzare un’attività professionale in modo distinto dalle RSA. Sanificazione e qualità del servizio dovevano essere inscindibilmente legate. Presentai il progetto a mio padre che ne fu subito entusiasta e mi incoraggiò ad andare avanti. Bisognava cercare gli investimenti, introdurre l’automazione per poter rendere i processi produttivi più accessibili a persone con svantaggio e/0 fragili. Era necessario introdurre sistemi di trattamento che permettessero di considerare standard ciò che standard non è, l’indumento dell’ospite. Nella ricerca dei partner e in particolare nel rapporto con le banche imparai un nuovo termine fungibilità. Mi dicevano il progetto è buono ma i beni a garanzia dell’investimento non sono fungibili, in poche parole non possiamo intenderli e concepirli come l’ipoteca per un appartamento che nel caso di mancato pagamento la banca procede all’acquisizione dell’immobile. Con la lavanderia è oggettivamente più difficile.

Abbiamo convinto Banca di Credito ma anche Banca Etica e CFI che è un fondo romano che investe su ricapitalizzazioni delle cooperative sociali e li abbiamo coinvolti, questi ultimi, all’interno del consiglio di amministrazione. Da qui è partita l’esperienza procedendo alla realizzazione del capannone nel 2009 mentre nel 2013 abbiamo modificato l’impianto automatico per la gestione dei vestiti degli ospiti, che prima, utilizzavamo solo per le divise da lavoro. Il volano dell’attività è ripartito considerando che gli ospedali sono una cosa e le RSA un’altra, logiche molto diverse. Il letto delle RSA non può essere “vestito” come quello dell’ospedale, è necessario colorarlo così come le divise degli operatori. Facciamo cose diverse perché la RSA per le persone anziane accolte è considerata “come casa loro”. Ho acquisito esperienza affiancando mio padre che negli anni ’90 gestiva i servizi all’interno della casa di riposo di Castelfranco apprendendone logiche, bisogni e problematiche.

 

L’evoluzione di Eureka, da una azienda di 25 persone che fatturava 800 mila euro ad una realtà, oggi, con 300 persone che fattura 20 milioni. Come abbiamo fatto? Siamo andati avanti lavorando. Abbiamo portato nelle case di riposo un progetto oltre che dei servizi di qualità. Cosa mi inorgoglisce di più? Che abbiamo creato un vero e proprio “miracolo sociale”, su 300 addetti 85 sono persone con disabilità, quindi, oltre 30% prescritto dalla normativa. Abbiamo assunto persone come previsto dalla Legge 381/1991, che è quella che, nella sostanza, ha dato l’avvio alla costituzione di cooperative sociali: Eureka è un satellite di questo macrocosmo. La nostra organizzazione del lavoro ha logiche molto particolari. Ogni lavoratore svantaggiato e/o con disabilità ha la sua postazione fissa in quanto la dignità passa anche attraverso il proprio posto di lavoro. Consideri che le lavanderie industriali hanno un tasso di assenteismo mediamente del 7%, noi abbiamo il 2,5%.

La lavanderia è vita, un crogiolo unico di amicizie e di relazioni sociali. Questo non vuol dire che non ci siano problemi e difficoltà, tutt’altro. Gestire un’organizzazione del lavoro con ventitré etnie diverse non è uno scherzo. La lavanderia è concepita come una sorta di laboratorio sociale. Siamo una Cooperativa di tipo B, che ha un doppio scopo: il primo è quello di realizzare l’inserimento lavorativo di persone svantaggiate (ai sensi della legge 381/1991), mentre il secondo è dare chances occupazionali a coloro che sono emarginati socialmente nella realtà sociale e cittadina. L’inserimento lavorativo di persone con fragilità spesso prende avvio con un periodo di formazione e tirocinio, di durata variabile sulla base del progetto di ciascuno, con l’obiettivo di arrivare all’assunzione a tempo indeterminato. Per fare questo al nostro interno abbiamo investito (anche economicamente) su personale formato e specializzato per seguire questi percorsi perché oltre alla fase di avvio è importante un supporto costante per il “mantenimento del posto di lavoro”. Il nostro obbiettivo è quello di essere più bravi degli altri a fornire un servizio di qualità con la nostra “atipica” organizzazione del lavoro.

Non dobbiamo fare margini, il nostro valore aggiunto è l’inclusione sociale e lavorativa. Stiamo pensando di impiegare una parte dei guadagni dell’attività all’investimento in formazione come avverrà domani (ndr. 9 maggio 2025) con l’organizzazione del convegno presso la nostra struttura, “Scenari futuri dei centri servizi per anziani”. Il mercato di Eureka è costituito quasi integralmente da RSA, per lo più del territorio veneto, ma anche di quello friulano ed emiliano. Il 90% del nostro lavoro è in Veneto perché qui abbiamo le RSA più grandi dimensionalmente. La casa di riposo di Treviso, ci fornisce ad esempio lavoro per 150 mila kg all’anno di indumenti ospitando ben 900 persone.

Avere il coraggio imprenditoriale vuol dire assumersi delle responsabilità nella logica di una cooperativa sociale, in cui il CDA è votato dai soci, il quale vota a sua volta il Presidente. Capire la realtà del mercato è essenziale. Ho girato in Italia e in Europa per comprendere il funzionamento e le logiche operative delle lavanderie industriali. Ricordo che nel 2006 andai a visitare una lavanderia di Düsseldorf per altro cooperativa sociale nella quale lavoravano dei ragazzi con autismo e sindrome di down inseriti perfettamente nell’organizzazione, mi innamorai del progetto e lo presi a modello.

Qual è il metodo utilizzato per tenere insieme una realtà produttiva così complessa e composita?

Eureka senza il gruppo delle Cooperative di tipo A (che erogano servizi riabilitativi, educativi ed assistenziali) - di Castelfranco e in particolare la Cooperativa L’Incontro fondata da mio padre - non ci sarebbe. Molti anni fa insieme all’allora Ulss 8 di Castelfranco Veneto, mio padre stipulò una convenzione per realizzare percorsi riabilitativi-occupazionali per persone con problemi di salute mentale. In questo modo si attivò un circolo virtuoso per cui le persone, attraverso il percorso riabilitativo effettuato nelle Cooperativa di tipo A L’Incontro, realizzavano il loro percorso professionale nella Cooperativa di tipo B Eureka essendo inseriti a tutti gli effetti nel ciclo produttivo. Questa sinergia fra Ulss, Cooperativa di tipo A e Cooperativa di tipo B è stata l’intuizione che ha fatto si che persone con problemi di salute mentale, attraverso il lavoro (vero) acquisissero un ruolo sociale e l’autonomia economica. Inoltre Eureka nel tempo ha sviluppato il rapporto con tutta la rete degli interlocutori territoriali: Servizio Integrazione Lavorativa, Centro per L’Impiego, Servizi Sociali dei Comuni ecc..

Quale fu la molla che scattò in lei circa 20 anni fa?

Mi focalizzai su un tema specifico, voler fare ciò che gli altri non facevano, realizzando la cosa più difficile con la nostra “atipica organizzazione”. La gestione degli indumenti delle persone anziane. Siamo stati gli unici a partire con il tema della rintracciabilità spinta dei vestiti e dei capi. Questo era ed è il nostro core business. La volontà era quella di affinare un servizio che fosse riconosciuto come eccellenza. Con le RSA abbiamo una continuità di produzione con appalti medio lunghi che ci permette di garantire una continuità del lavoro da parte di coloro che sono impiegati in Eureka. La stabilità è garantita in quanto la nostra attività non è stagionale e non è fluttuante.

In termini di volume quanto contano gli indumenti degli ospiti, le divise di lavoro e la biancheria piana?
Gli indumenti degli anziani per il 60%, il 34% la biancheria piana e il residuale 6% le divise da lavoro. Questo è ciò che fa “girare” Eureka considerando che investiamo all’anno circa 1 milione e mezzo in innovazione che mettiamo nei macchinari, nei prodotti e come sta avvenendo in questi mesi, anche nell’allargamento dello stabilimento in cui abbiamo ospitato il Convegno sui Centri Servizi per anziani il 9 maggio di cui abbiamo già accennato.

 

Come procedete quando vincete un appalto in una casa di riposo?

Andiamo fisicamente in una RSA monitoriamo ogni armadio identificando il materiale da trattare. Cosa c’è scritto in quella etichetta sottoforma di QR code? Scriviamo di chi è il capo, dove risiede la persona, in quale stanza, ma anche tutta la storia del capo dal tessuto al colore. Quando arriva in lavanderia l’etichetta viene letta e inviata in produzione in relazione ai differenti tipi di trattamento. Questo è un lavoro cruciale che deve essere svolto con grande attenzione in quanto se avviene un errore sarebbe introdotto nella parte produttiva materiale non conforme. Il lettore ottico associa il pezzo alla gruccia indirizzando il capo secondo l’appartenenza ma anche secondo il tipo di trattamento a cui dovrà essere sottoposto in relazione alle sue caratteristiche intrinseche. Quando i capi arrivano allo stiro i lavoratori verificano che il capo non abbia difetti e che sia in ordine”.

 

Enrico infine abbozza un parallelo. “Quando noi arriviamo al lavoro in azienda il lunedì mattina lo facciamo a volte controvoglia, accigliati, appesantiti e spesso di poche parole, iniziamo a carburare verso metà mattina. Per molte delle persone svantaggiate il lunedì a volte è diverso: ritrovano la loro postazione, le loro certezze, la loro dimensione e tutte le relazioni lavorative si ricompongono, in poche parole valorizzano la loro identità. Dovremmo pensare a tutto ciò ad ogni inizio settimana, sarebbe un ottimo esercizio mentale per iniziare la settimana in modo diverso e più costruttivo” conclude Pozzobon. •

 

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