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Gestione dell’acqua in ingresso nelle lavanderie, un imperativo per efficienza e sostenibilità

di
Marzio Nava

 

Nel cuore delle lavanderie industriali e dei laboratori, l’acqua gioca un ruolo cruciale. Ogni ciclo di lavaggio, che coinvolge tonnellate di biancheria ogni giorno, dipende da una gestione ottimale delle risorse idriche. Ogni lavanderia industriale consuma grandi quantità di acqua: dal lavaggio al risciacquo, passando per i cicli di pretrattamento. Ma non è solo il consumo a essere rilevante: la qualità dell’acqua può avere un impatto diretto sui costi operativi e sulla durata delle attrezzature. Per rispondere a queste necessità, molte lavanderie industriali si affidano a sofisticati sistemi di trattamento dell’acqua. Tra i più comuni ci sono gli addolcitori, che rimuovono i minerali responsabili della durezza, e i sistemi di filtrazione che eliminano impurità e particelle sospese. Inoltre, alcuni impianti impiegano tecnologie come l’osmosi inversa per purificare l’acqua, permettendo il suo riutilizzo. Tuttavia, non basta semplicemente trattare l’acqua: è fondamentale monitorare costantemente la qualità del flusso in ingresso. Per questo motivo, sono sempre più diffusi sensori e dispositivi di monitoraggio che rilevano in tempo reale variazioni nei parametri dell’acqua, come pH, durezza e contaminazione. Questi strumenti permettono alle lavanderie di correggere rapidamente eventuali problemi, riducendo i rischi di danneggiare le attrezzature e ottimizzando i costi operativi.

DALMON WATER SOLUTIONS

Come inizio di questo approfondimento partiamo con il formulare alla prima azienda intervistata una domanda fondamentale.

Acqua di pozzo o di acquedotto? Nel mondo delle lavanderie industriali la differenza è decisiva.

“Quando ci si approvvigiona dall’acquedotto si ha la garanzia di una qualità dell’acqua standard e costante, fornita dall’ente gestore. È una base certa sulla quale poi si lavora”, spiega Ilenia Pozza, Technical Manager di DALMON WATER SOLUTIONS. “Con l’acqua di pozzo, invece, lo scenario cambia completamente. L’acqua grezza proveniente da pozzo, infatti, è soggetta a forti variazioni nel tempo: oscillazioni della falda, fenomeni di erosione, infiltrazioni. Tutti elementi che rendono necessario un controllo molto più attento e trattamenti mirati. Oltre alla durezza – che va comunque corretta come nel caso dell’acqua di acquedotto – entrano in gioco altri parametri fondamentali: pH, conducibilità e la presenza di metalli come ferro, manganese o rame”, continua Pozza. “Se non vengono rimossi, questi elementi possono causare macchie, ingiallimenti della biancheria e problemi qualitativi nel lavaggio.

E non basta l’apparenza: anche un’acqua limpida può nascondere insidie. Batteri, virus e microrganismi patogeni devono essere eliminati a monte degli impianti attraverso tecnologie specifiche, come la disinfezione UV o sistemi di osmosi inversa ad alta efficienza, sempre integrati da pretrattamenti adeguati (filtri per sedimenti o multi-media).

Per definire il trattamento più idoneo – spesso una combinazione di più processi – è indispensabile disporre di una campagna completa di analisi chimiche e microbiologiche, eseguite in diverse condizioni operative del pozzo. Anche se “, ammette Pozza, “in alcuni casi nemmeno questo è sufficiente”.

Mi parlava anche di una nuova presenza da monitorare nelle acque da pozzo i PFAS…

Rileviamo molto spesso una presenza significativa di PFAS nelle acque di pozzo. Dal punto di vista del lavaggio non creano criticità immediate, ma la loro gestione è cruciale: se finiscono negli scarichi, l’azienda è perseguibile perché si tratta di sostanze nocive per la salute umana.

L’acqua di acquedotto, al contrario, presenta generalmente problemi più limitati. “Parliamo soprattutto di durezza, che oscilla tra i 9 e i 12 gradi francesi, ma con una qualità costante. In questi casi è sufficiente un classico addolcitore a scambio ionico per garantire un’acqua ideale per il lavaggio.
Con l’acqua di pozzo, invece, “le analisi devono essere molto più approfondite e i trattamenti più spinti, con impianti specifici in grado di rimuovere metalli responsabili delle classiche macchie di ruggine sui tessuti.

Un capitolo sempre più centrale è quello del recupero dell’acqua di processo. Dopo il lavaggio, l’acqua può essere depurata e scaricata in fognatura, ma anche recuperata e riutilizzata.
Attraverso una combinazione di processi (Ultrafiltrazione e impianti di osmosi inversa) è possibile recuperare in media fino al 75% dell’acqua, Con benefici importanti: temperatura più elevata rispetto all’acqua primaria, quindi risparmio energetico, e una qualità ottimale per il lavaggio, con durezza controllata e una conducibilità molto bassa, intorno ai 200-400 microSiemens”.

Mi parlava di un intervento emblematico all’isola di Creta…
“Il 22 maggio scorso, con le spiagge della costa nord di Creta già affollate, l’avviamento di una nuova lavanderia industriale è stato improvvisamente bloccato da un terremoto di magnitudo 6.0. La scossa ha modificato le caratteristiche idrogeologiche della falda da cui attingeva il pozzo. Grazie alla tecnologia installata e ai sistemi di controllo, l’acqua – nonostante valori molto diversi rispetto al progetto iniziale, in particolare per gli SST – è stata riportata entro i parametri di accettabilità. L’area era già nota per la ricchezza d’acqua, essendo stata in passato sede di uno stabilimento Coca-Cola. Ma il vero problema era la destinazione dello scarico delle acque di processo perché non c’era la fognatura o corsi idrici superficiali. La soluzione è stata la realizzazione di un impianto di recupero. Solo il 25% del fabbisogno giornaliero viene reintegrato da acqua di fonte, mentre il restante 75% proviene dall’acqua depurata e recuperata”.

E lo scarto dell’osmosi inversa? “In questo impianto viene utilizzato per l’irrigazione degli ulivi”.

Da quanto ci siamo detti risulta essenziale la sinergia e l’innovazione per ridurre l’impatto ambientale, è corretto?
“Un ruolo chiave lo gioca la collaborazione con i fornitori di detergenti e degli impianti in produzione. Abbiamo lavorato molto sul settaggio della qualità dell’acqua per ottenere la massima resa non solo nel lavaggio, ma anche nell’ottimizzazione per gli altri impianti tecnologici (es. riscaldamento) standardizzando la qualità dell’acqua come ph, conducibilità, durezza. Serve un equilibrio tra tutti gli attori coinvolti nel processo produttivo. Alla base di tutto, conclude Pozza, c’è l’innovazione. “Utilizziamo tutte le tecnologie disponibili per ridurre lo spreco d’acqua, recuperare calore e ottimizzare i processi. Ma il vero valore aggiunto è il monitoraggio continuo dello stato di salute dell’acqua in ingresso, frutto di una sinergia reale tra chi gestisce l’acqua e chi la utilizza. È qui che si fa la differenza”.

CHRISTEYNS ITALIA

Parliamo con Ruggero Sammarco Operations Director Laundry di CHRISTEYNS ITALIA, multinazionale della detergenza, che sul trattamento delle acque in ingresso ha un ruolo attivo per i processi in lavanderia e la qualità della cura del tessile.

Quali sono i parametri fondamentali dell’acqua che una lavanderia dovrebbe monitorare?

“Alla base di ogni processo di detergenza ci sono alcuni parametri fondamentali che una lavanderia dovrebbe controllare con regolarità e correggere tempestivamente, soprattutto considerando la naturale variabilità delle acque di falda. Il primo è la durezza dell’acqua, un tema ancora oggi spesso sottovalutato. In passato si riteneva, erroneamente, che un’acqua più dura favorisse il risciacquo: ciò avveniva perché i saponi naturali di allora avevano una scarsa capacità di saponificazione e la durezza aiutava ad abbattere la schiuma formando sali insolubili. Questo però comportava altri problemi, tutt’altro che trascurabili.

Oggi sappiamo che la durezza interagisce con alcuni tipi di sporco rendendoli difficilmente rimovibili: pensiamo ai composti poliquaternari, ai residui dei solari o a determinate macchie lipidiche. Il problema è che molti impianti di addolcimento sono obsoleti o comunque non adeguati alle esigenze attuali delle lavanderie industriali.”

Oltre alla durezza, quali altri elementi critici presenta l’acqua di pozzo?

“Insieme ai metalli responsabili della durezza, nelle acque di pozzo troviamo spesso i cosiddetti metalli cationici di transizione. Questi elementi hanno un doppio effetto negativo: da un lato ostacolano l’azione ossidativa di agenti come l’acqua ossigenata o l’ipoclorito, dall’altro catalizzano la degradazione della cellulosa del cotone, riducendo drasticamente la vita utile del tessile.

A questo si aggiunge un aspetto spesso trascurato: la presenza di metalli in forma particellare. Se non adeguatamente controllati, possono causare la comparsa di macchie di ruggine sui tessuti, con danni evidenti e spesso irreversibili.”

Che ruolo giocano la salinità e la silice?

“La conducibilità salina è un altro parametro chiave. Un’acqua troppo salina, se non trattata in modo specifico, compromette le fasi di stiro e rende il tessuto rigido. Inoltre, un’elevata concentrazione di sali impedisce una corretta dissoluzione dei prodotti chimici nei bagni di lavaggio, riducendo l’efficacia della detergenza.

Ancora più critica è la presenza di silice, molto diffusa nelle acque di pozzo. Sia in forma cristallina che colloidale, la silice provoca un progressivo “impaccamento” delle macchine e delle fibre tessili. Si tratta di un danno che, una volta manifestato, non è più rimediabile. L’unica soluzione è intervenire a monte, con sistemi di demineralizzazione adeguati.”

 

 

E sul fronte microbiologico?

“Le cariche batteriche meritano grande attenzione, soprattutto in contesti sensibili come quello ospedaliero. Una gestione inadeguata dell’acqua può compromettere la corretta igiene del tessile e favorire fenomeni di contaminazione della biancheria.”

Con quale frequenza andrebbero effettuati questi controlli?

“La durezza e i metalli dovrebbero essere monitorati quotidianamente. La silice e le cariche batteriche, invece, andrebbero verificate almeno ogni due mesi. È vero che questi controlli comportano dei costi, ma il ritorno è nettamente superiore: una manutenzione preventiva e routinaria evita interventi correttivi molto più onerosi. Un buon processo di lavaggio dipende sempre da una buona acqua: dal punto di vista chimico, l’acqua è il solvente per eccellenza e la sua qualità è determinante”.

Dal punto di vista pratico, le lavanderie oggi intervengono in modo corretto sull’acqua?

“Purtroppo la sensibilità su questo tema è diminuita negli anni. Il ricambio generazionale e la mancanza di un adeguato passaggio di competenze tecniche hanno inciso molto. Spesso si tenta di compensare a valle con la chimica, ma questa non è una soluzione strutturale ed è anche estremamente costosa.

Come Christeyns, pur essendo un player della detergenza, abbiamo scelto di intervenire anche sul trattamento delle acque in ingresso, offrendo soluzioni dedicate. L’obiettivo è arginare gli effetti negativi di un’acqua non adeguatamente trattata prima che impattino su processi, costi e qualità del servizio”.

TECHNOACQUE

A seconda della fonte idrica, sono necessari trattamenti differenti per rendere l’acqua compatibile con i vari utilizzi industriali. “Nel caso delle acque primarie, potabili o consortili (clorate) – spiega Francesco Sardella, Technical Manager di TECHNOACQUE – il primo intervento è generalmente la declorazione, indispensabile per rimuovere il cloro in eccesso. A questa si affianca quasi sempre un trattamento di addolcimento, finalizzato a ridurre la concentrazione di calcio e magnesio che, se presenti in quantità elevate, possono compromettere la qualità (morbidezza ed elasticità dei tessuti) e l’efficacia dei lavaggi”.

Quando l’acqua primaria proviene da falda, il tema diventa ancora più complesso. “In questi casi – prosegue Sardella – è fondamentale intervenire anche sulla salinità. Entrano quindi in gioco tecnologie più evolute, come gli impianti di osmosi inversa, preceduti da opportuni pretrattamenti, tra i quali: ossidazione chimica e disinfezione, filtrazione catalitica, microfiltrazione o ultrafiltrazione. La scelta dipende sempre dalle caratteristiche dell’acqua di falda, che analizziamo prima di formulare una proposta tecnica, accompagnata da una stima puntuale dei costi di realizzazione e dei costi operativi a regime dell’impianto.

I vantaggi associati all’uso di acqua adeguatamente trattata, addolcita e/o osmotizzata, non si limitano solamente al miglioramento dei processi di lavanderia. “I benefici si ottengono soprattutto sui generatori di vapore normalmente utilizzato nei cicli di lavaggio, nelle fasi di stiratura, asciugatura o sanificazione. L’impiego di acqua osmotizzata in caldaia, in particolare, consente di lavorare con cicli di concentrazione più spinti, riducendo gli spurghi (e quindi la quantità di energia persa dal sistema) e ottenendo un risparmio diretto di combustibile (metano). Non solo: le acque di scarto dall’impianto di dissalazione, spesso, possono anche essere riutilizzate, con un ulteriore vantaggio in termini di sostenibilità”.

Un esempio significativo arriva da un intervento realizzato in una lavanderia industriale in Campania. “Abbiamo sviluppato una progettazione integrata che rispondesse a più obiettivi: ridurre dell’uso di prodotti chimici usati nei processi della lavanderia, ridurre i consumi energetici e diminuire il fabbisogno idrico. Il fine ultimo era migliorare la qualità del lavaggio e del prodotto finito.

Il progetto ha previsto l’installazione di un impianto di dissalazione ad osmosi inversa, abbinato a sistemi di micro-ultrafiltrazione e sistemi di disinfezione e stabilizzazione chimica, in grado di garantire un’acqua di qualità superiore, utilizzata anche per l’alimentazione delle caldaie e per i processi di lavanderia. I risultati sono stati concreti: riduzione sensibile dei consumi di combustibile per i generatori di vapore, riduzione nell’uso di tinture e miglioramento della qualità del prodotto finito in termini di morbidezza, elasticità e resa coloristica.

Un ulteriore vantaggio è arrivato dal controllo del pH e dell’alcalinità. L’acqua utilizzata – spiega Sardella – presentava un pH compreso tra 5.5 e 6.5, consentendo in molte fasi del processo una riduzione significativa dei chemicals utilizzati nelle vasche di lavaggio.

Nel complesso, l’intervento ha permesso di valorizzare al massimo la risorsa idrica primaria, ottenere un importante risparmio economico sul combustibile utilizzato per produrre il vapore, migliorare la qualità del prodotto finale e ridurre l’impiego di prodotti chimici.

La salinità delle acque di falda, come noto, è generalmente superiore a quella delle acque potabili. Le falde sono alimentate prevalentemente con acqua di origine meteorica che, percolando lentamente negli strati rocciosi, si arricchisce di elementi come calcio, magnesio, ferro, manganese, ecc., aumentando la concentrazione complessiva degli elementi disciolti e quindi la salinità”.

Nel caso analizzato, i numeri parlano chiaro: la conducibilità dell’acqua in ingresso era di circa 1.200 µS/cm, mentre in uscita, dopo il trattamento, è scesa sotto i 50 µS/cm. La durezza, in partenza pari a circa 30°f, risultava praticamente assente dopo il trattamento.

A completare l’intervento, un sistema di monitoraggio avanzato. “Abbiamo fornito un sistema di controllo conforme ai requisiti di Industria 4.0 – conclude Sardella – in grado di rilevare in tempo reale i parametri caratteristici del processo (conducibilità, pressioni, portate, ecc.), monitorare la presenza di anomalie e allarmi e interfacciarsi con altri sistemi di fabbrica mediante protocolli di comunicazione standard. Il sistema, dotato di pannello di interfaccia touch-screen in campo, dialoga con le altre macchine presenti in azienda e consente anche il monitoraggio da remoto per una vera e propria teleassistenza”.

“Un approccio integrato che dimostra come la gestione evoluta dell’acqua sia oggi una leva strategica per l’efficienza, la qualità e la sostenibilità delle lavanderie industriali”, conclude Sardella.

IL CASO DELLA LAVANDERIA INDUSTRIALE EUREKA: GESTIONE AVANZATA DELLE ACQUE IN UNA LAVANDERIA INDUSTRIALE

La lavanderia industriale Eureka di Castelfranco Veneto (TV) rappresenta un esempio concreto di come una corretta gestione delle acque in ingresso sia oggi un elemento strategico nei processi produttivi. A spiegare l’approccio adottato è Enrico Pozzobon, che illustra le scelte tecniche e organizzative messe in campo dall’azienda.

“Eureka si approvvigiona da due pozzi, di cui uno principale situato a circa 120 metri di profondità, mentre il secondo viene utilizzato solo in caso di necessità. L’acqua viene trattata mediante un impianto di osmosi inversa, una tecnologia che consente di ottenere parametri ottimali sia in termini di durezza sia di temperatura, rendendo l’acqua pienamente idonea alle esigenze del ciclo di lavaggio industriale.

Per la realizzazione degli impianti, ci siamo affidati a fornitori altamente specializzati, mentre abbiamo scelto di internalizzare le attività di monitoraggio e le regolazioni più semplici legate a durezza e salinità, formando personale dedicato. Una decisione che permette un controllo costante e puntuale della qualità dell’acqua.

Particolare attenzione viene riservata alla presenza di metalli e microplastiche, una criticità tipica dell’approvvigionamento da falda. In questo senso, la posizione geografica gioca a nostro favore: l’area del Piave, caratterizzata da un sottosuolo ghiaioso e collocata nella fascia pedemontana veneta, garantisce una falda di elevata qualità.

L’impianto è inoltre dotato di un sistema di riciclo avanzato. L’acqua in ingresso non viene immessa direttamente nei macchinari, ma convogliata in una grande vasca in acciaio, dove viene preriscaldata grazie al recupero dei ritorni di condensa. L’acqua così trattata viene poi utilizzata sia per il processo produttivo sia per il riscaldamento a pavimento dello stabilimento, contribuendo a migliorare l’efficienza energetica complessiva dell’impianto”.

ÈCOSÌ

Passiamo ora ad un altro player della detergenza. Nel mondo della lavanderia industriale si parla spesso di detergenti, di macchine, di programmi e di processi. Ma c’è un elemento che più di ogni altro determina l’efficacia reale del lavaggio e che troppo spesso viene dato per scontato: l’acqua.
L’acqua non è un semplice veicolo, è la base chimico-fisica su cui si costruisce l’intero equilibrio del processo di lavaggio.

“L’acqua è il vero primo prodotto del lavaggio”, sottolinea Antonio Ciccarella, Responsabile Divisione Laundry di ÈCOSÌ. “Senza comprenderne le caratteristiche, qualsiasi detergente, anche il più performante, lavora fuori equilibrio.

Non tutta l’acqua è uguale. Le sue proprietà variano sensibilmente in funzione della provenienza – acquedotto o falda – e nel caso delle acque di falda anche in base alla stagionalità. Durezza, salinità, ma anche caratteristiche “minori”, possono spostare in modo significativo i risultati di lavaggio, influenzando consumo di detergente, resa pulente, risciacquo e qualità finale della biancheria.

La durezza è il primo parametro critico. Un’acqua molto dura “consuma” parte del detergente, che precipita senza svolgere la sua funzione, rendendo necessario un dosaggio più elevato. Al contrario, un’acqua a durezza zero non consuma detergente, ma tende a risciacquare peggio.

È sempre una questione di bilanciamento”, aggiunge Ciccarella. “Un’acqua troppo dolce o troppo dura crea comunque problemi: o sul consumo chimico o sulla qualità del risultato.

Nelle fasi di risciacquo, una durezza residua elevata può provocare indurimento dei tessuti, ingrigimento progressivo e residui nel mangano. Per questo motivo, la maggior parte delle lavanderie industriali tende a lavorare con acque prossime allo 0°f, trattando non solo l’acqua di falda ma spesso anche quella di acquedotto, per rendere il sistema il più stabile possibile”.

Ma cosa succede quando il trattamento dell’acqua non è possibile, non è sufficiente o non è economicamente sostenibile?
“È da questa esigenza reale che nasce la linea AQUIMATIC di ÈCOSÌ.

Nel nostro laboratorio abbiamo lavorato partendo dall’acqua, non dal detergente, L’obiettivo era compensare chimicamente le criticità dell’acqua quando non è ideale per il lavaggio. La linea Aquimatic, che si compone di 3 prodotti, è studiata per supportare le lavanderie che operano con acque non ottimali. Una formulazione bilanciata di sequestranti, sospensivanti e anti-depositanti, pensata per ristabilire l’equilibrio del sistema di lavaggio e garantire risultati immediatamente percepibili su pulito, risciacquo e qualità del tessuto. Per ÈCOSÌ, parlare di acqua di lavaggio significa riportare l’attenzione su ciò che davvero governa il processo. Perché l’innovazione, nel laundry professionale, parte spesso dagli elementi più semplici. E più invisibili”.

ITALHYDRO

“La qualità dell’acqua rappresenta un fattore determinante nella definizione dei processi di lavaggio industriale e nel corretto funzionamento degli impianti. Ogni trattamento parte necessariamente da un’analisi approfondita della provenienza dell’acqua, che può arrivare dalla rete idrica o da pozzi, con caratteristiche e criticità molto diverse”, ci dice Luca Dal Lago, Amministratore Responsabile Tecnico e Sviluppo di ITALHYDRO.

“Nel caso dell’acqua di rete, il problema più frequente è la durezza, un parametro che incide negativamente sugli impianti, sull’efficacia del lavaggio e sulla conducibilità, ovvero la quantità di sali disciolti nell’acqua. L’acqua in ingresso viene solitamente destinata sia ai processi di lavaggio sia alla centrale termica, rendendo fondamentale un trattamento adeguato”.

Quali sono le tecniche prevalentemente utilizzate?

“Le tecnologie più utilizzate per le acque di rete sono lo scambio ionico e le tecniche a membrana. Diverso è il discorso per le acque di pozzo, le cui caratteristiche possono variare in modo significativo: dalla presenza di solidi sospesi a quella di metalli come ferro e manganese, fino alle problematiche di tipo batterico. In questi casi si interviene con processi di ossidazione e filtrazione, spesso combinati tra loro.

Una parte dell’acqua trattata viene addolcita, mentre un’altra viene sottoposta a osmosi inversa per l’alimentazione dei generatori di vapore. In questo ambito la qualità dell’acqua è cruciale: una bassa concentrazione di sali garantisce un vapore di migliore qualità e una maggiore resa della caldaia. Per l’acqua destinata al lavaggio, invece, la scelta del livello di trattamento dipende dalle specifiche esigenze del cliente e dalla chimica utilizzata. Dal punto di vista chimico, una conducibilità più bassa riduce la dispersione dei detergenti e ne aumenta l’efficacia, consentendo un minor utilizzo di prodotti. Tuttavia, una salinità troppo ridotta può penalizzare la qualità del risciacquo, poiché i sali favoriscono il rilascio dello sporco dalle fibre. Per questo motivo la conducibilità viene “customizzata” caso per caso”.

Ci può illustrare qualche caso specifico di intervento?

“L’approccio operativo si basa su soluzioni completamente personalizzate, che comprendono sia la fase di studio e analisi sia la realizzazione degli impianti. Tra gli interventi recenti, uno ha interessato una lavanderia di Agrate Brianza (MI), dove è stato realizzato un sistema completo per il trattamento dell’acqua primaria e del refluo. In questo caso sono stati installati un impianto di addolcimento a scambio ionico per l’acqua di rete e un impianto di osmosi inversa per alimentare il generatore di vapore. Un altro intervento, effettuato in una lavanderia in provincia di Pordenone, ha riguardato invece l’acqua di pozzo: qui è stato realizzato un impianto di deferrizzazione per la rimozione di ferro e manganese, abbinato a un sistema di ossidazione e filtrazione per eliminare i residui di cloro prima dell’addolcimento e dell’utilizzo nei cicli di lavaggio”.

Dalla vostra esperienza che tipo di realtà emerge per quanto riguarda il trattamento delle acque primarie in lavanderie?

“Dall’esperienza sul campo emerge una crescente consapevolezza da parte delle lavanderie sull’importanza del trattamento dell’acqua, considerato sempre più come parte integrante del metodo di lavaggio. Il tema viene affrontato in sinergia con i fornitori di detergenza, non solo per migliorare la qualità del lavaggio ma anche nell’ottica dell’ottimizzazione dei costi. Un esempio emblematico è rappresentato dai generatori di vapore: se fino a pochi anni fa gli impianti di osmosi inversa per l’acqua destinata alle caldaie erano rari, oggi sono diventati una scelta standard. Anche i produttori di generatori di vapore forniscono ormai linee guida precise sulla qualità dell’acqua necessaria, confermando quanto il trattamento sia un elemento strategico per l’efficienza e la sostenibilità delle lavanderie industriali”.

DETERGO MAGAZINE # GENNAIO 2026

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